di Massimo Lodi
Stile per stile, Schlein batte Meloni 1-0 nel duello romano a distanza. La segretaria Pd all’assemblea nazionale dei suoi, la presidente del Consiglio al rito autocelebrativo di Atreju. Naturalmente era un sogno overfantasioso/una provocazione ultraperdente immaginare che le due avrebbero accantonato i toni da campagna elettorale a pro del reciproco segnale d’unità al tempo della guerra ibrida in Italia. Per non dire della guerra da brividi in Ucraina.
Nada de nada. Sventole da propaganda, di qua e di là. Con una nota a margine. Meloni è premier, e anche quando parla da capa di Fratelli d’Italia mai dovrebbe dimenticare le insegne del ruolo. Il paramento istituzionale. La forma autorevole. Dunque le è richiesto d’usare toni da sfida dialettica sì, da sberleffo irridente no.
Invece l’inquilina di Palazzo Chigi si rivolge all’aspirante a succederle dicendo: fai del nannimorettismo (mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente?), comandi un partito di rosiconi, vi sono cari i mangiatori di kebab, avete una tradizione di comunismo col ceto medio e turbocapitalismo col potere, siete stati protagonisti nella repubblica delle banane eccetera. Domanda: che bisogno c’è, per sottolineare le tue virtù, di sprezzare i difetti altrui, posto che tali davvero siano quelli indicati? Chi è forte di suo, mantra del grand’evento-Atreju, non ha bisogno di schernire la debolezza avversaria.
Certo, anche Schlein va di spada più che di fioretto, in vari passaggi della sua intemerata. Per esempio quando le vien facile comiziare: il governo esulta alla proclamazione della cucina italiana patrimonio Unesco, ma i frigoriferi d’un sacco d’italiani sono vuoti. Però la canzonatura finisce lì. Il resto va a riassumere le difficoltà di vita quotidiana d’una popolazione impoveritasi, affannata quando si deve curare, alle prese con infinite situazioni di sofferenza sociale, eccetera. Alla rivale che afferma A sinistra si portano sfiga da soli, replica rinfacciandole il titolo di campionessa d’incoerenza e vittimismo. Non un elogio, che scoperta, però neppure un dileggio. Idem quando le ricorda che le priorità nazionali sono le bollette più alte d’Europa, mica premierato e legge elettorale. E Schlein, non pesandole sulle spalle la responsabilità d’un esecutivo, potrebbe (avrebbe potuto) ben diversamente bersagliare Meloni.
Dunque, riconfermiamo: stile per stile, 1-0 della testardamente unitaria sulla testardamente underdog. Che preferisce lo stiletto. Rammarico-mega: nel match virtuale non s’è quasi mai visto dar palla (leggi: visibilità primaria) a chi ne reclamava il possesso, cioè Kiev assediata dai russi, allo stremo della resistenza, probabile oggetto della spartizione Putin-Trump, difesa dall’Europa fra perplessità crescenti e distinguo ancor di più. Il fischio di chiusura fa cadere le speranze di un’Italia consapevole di sé stessa proprio quando la si vorrebbe d’inappuntabile standing internazionale. Il solito leitmotiv ovvero: lo spartito della nazione.
