Meloni-Schlein: patto elettorale e draghismo quirinalizio

meloni schlein elezioni

di Massimo Lodi

Elezioni anticipate perché la figlia del popolo vuol chiedere al popolo: ehi popolo, non è che ti sei sbagliato a votarmi contro al referendum? Ma anche no, direbbe il popolo. Consapevole della strumentalità d’una simile avance: la premier intenzionata a evitare il logorio d’un anno e più, dopo la sconfitta alle urne, il dimissionamento d’alcuni imbarazzanti sodali, l’inquietudine degli alleati/competitor, la piazza che inizia a tumultuare causa lievitante disagio economico.

Dunque no. Quasi bizzarro, dopo aver tenacemente sostenuto il sì. No a una svolta cui negherebbe il disco verde Mattarella first. Facile l’obiezione del Colle: Madame Chigi, hai i numeri d’una maggioranza comunque forte, quale ragione parlamentare mi presenti allo scopo di sciogliere le Camere? Eh già, quale ragione? Meglio lasciar sbollire l’ira, far passare le settimane, occuparsi di problemi interni veri e internazionali verissimi. Ci sono due guerre in atto, mica paglia. Ostentare finta indifferenza, tirandosi addosso l’accusa d’irresponsabilità/cinismo? Tu’ nonno ‘n cariòla.

E poi, riflettendo sul piccolo, oltre che sul grande pensiero. I primi a manifestare riottosità sarebbero i parlamentari, frementi d’arrivare a sei mesi dal termine della legislatura per la conquista del vitalizio. Traguardo non sacrificabile neppure a magnifici ideali: la storia patria, non patriottica, è lì a insegnarlo. Teniamo (tengono) famiglia, se non Dio. Inoltre: va meditato con attenzione di quale legge elettorale munirsi prima del richiamo alle gabine. Si diceva (1): Meloni vuole proporzionale con over-premio di maggioranza alla coalizione che tocchi almeno il 40 per cento. Un’enormità. E rischi costituzionali in agguato. Si dice (2): forse è opportuno conservare il presente Rosatellum. Vero che la sinistra prenderebbe molti collegi uninominali, idem-vero che la destra esprimerebbe il partito numero uno. Fratelli d’Italia. E quindi, casomai pareggio numerico si manifestasse tra Camera e Senato una volta insediate, a risultare determinante nella scelta del governo continuerebbe a essere Casa Giorgia. Ma di quale governo? In quest’evenienza, di larghe intese. Demonizzato fino a oggi, magari apprezzato da domani. Domani e dopodomani, allorché bisognerà (anno ’29) designare il nuovo presidente della Repubblica, e lì -a differenza dell’ultima volta- la destra peserà come minimo allo stesso modo della sinistra. Con l’ex underdog, divenuta undershock, di sicuro fondamentale e in grado d’esprimere il nome che nell’attualità smentirebbe di voler mai esprimere: quello di Mario Draghi.

A latere. Un progress così tratteggiato, e all’apparenza schizo-fantasioso, potrebbe assai intrigare l’opposizione. Precisamente: un pezzo dell’opposizione. Il suo pezzo di maggior importanza. Si chiama Partito democratico. Ovvero: nulla meraviglia qualora un negoziato reservé s’avviasse tra Meloni e Schlein, alla faccia dei nemici interni di Meloni e di Schlein (Salvini e Conte, un paio di nomi incidentali). L’accordo sarebbe funzionale alla leadership d’entrambe le lady di farro, due chicche del contemporaneismo politico: una of course di pellicola più pregiata dell’altra, e però lei&lei ombre che nell’orizzonte di destra e di sinistra oscurano numerosi hombre aspiranti alla luce.

Ps – Draghi al Quirinale è un’idea che Schlein non subirebbe da Meloni. Semmai gliela suggerirebbe. Sorpresa zero se la condividessero.

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