Bosnia-Italia: per il calcio italiano martedì 31 è il momento delle redde rationem. In palio un posto per il mondiale in Usa, Messico e Canada. Perdere, per gli azzurri, significherebbe saltare il terzo mondiale consecutivo. Pare non ci sia alternativa: vincere o morire. Ma è davvero così? No, forse è peggio. Per l’Italia può essere considerato un successo la partecipazione al “Mondialone” che per la prima volta nella storia si gioca a 48 squadre? Certo che no. Un successo sarebbe arrivare in estate alla semifinale, già l’eliminazione ai quarti sarebbe una specie di pareggio. Ogni altra soluzione non può che essere considerata una sconfitta o un fallimento.
Intanto gli azzurri in Bosnia devono conquistarsi il posto. Si gioca (calcio d’inizio alle ore 20.45) allo stadio «Bilino Polje» di Zenica, città a 70 chilometri da Sarajevo. Stadio piccolo e fatiscente, nemmeno 15mila posti, che i “detenuti” renderanno un girone infernale. Detenuti? Si, i tifosi locali si fanno chiamare così in “omaggio” al più grande carcere del Paese che è ubicato proprio a Zenica. È lo stadio del Čelik, tradotto “acciaio”, questa è zona di acciaierie e aria impestata. Qui la Bosnia, ora al 66° posto del ranking Uefa (Italia 13a), ha conquistato la sua unica partecipazione al Mondiale, nel 2014. In quella squadra brillava, eccome se brillava, Edin Dzeko che ancora oggi a 40 anni, ne è il leader. Non è più il goleador di un tempo, ma alla vigilia della sfida ha dimostrato la sua arguzia e lucidità. Lo ha dimostrato rispondendo a Federico Dimarco. L’azzurro nei giorni scorsi, dopo la vittoria della Bosnia sul Galles, si era lasciato andare a gesti di esultanza. Gesti ripresi e trasmessi, giustamente, dalle telecamere della Rai e diventati polpa per il mondo social. La risposta di Dzeko è stata tagliente: “Bisogna essere intelligenti, soprattutto oggi con i social network. L’Italia è una Nazionale incredibile, che ha vinto quattro Mondiali, se ha paura di giocare in Galles qualcosa non funziona. Vuol dire che hanno paura”.
A Dimarco, tra l’altro la cosa di essere ripreso, pur essendo davanti a una evidente telecamera, non era andata giù. Così come non gli è piaciuta l’etichetta di arrogante che gli è stata affidata. “È stato irrispettoso riprenderci”. No Dimarco, è stato sciocco e sprovveduto lei a esultare davanti a una telecamera. Tra l’altro non è la prima volta che gode in modo smisurato in momenti negativi altrui. Ed è arrogante, molto anche, nel dire che quelle immagini non andavano trasmesse. Resta comunque un segnale che l’aria in casa Italia non è serena.
Molti considerano non secondario l’aspetto economico che comporterebbe l’eliminazione dell’Italia. Si parla di perdite, o meglio mancati guadagni, superiori ai 100 milioni di euro per l’intero sistema calcio (non solo federazione, ma anche club, broadcaster, giornali (i quotidiani vedono la qualificazione come un bicchiere d’acqua nel deserto), partner commerciali e tutta la filiera legata al prodotto calcistico). Per la Figc, però, il Mondiale è esiziale. Dalla Fifa, per la sola partecipazione, incasserebbe circa 10,5 milioni di dollari. Secondo quanto analizzato dal sito Calcio e Finanza, la federazione ha costruito il proprio equilibrio finanziario dando per implicita la presenza al Mondiale. Per il 2026, il budget prevede circa 191,9 milioni di euro di ricavi complessivi a fronte di costi pari a 189,1 milioni, un margine estremamente ridotto che rende evidente quanto anche una sola variabile – come la mancata qualificazione – possa compromettere la sostenibilità complessiva. Bisogna poi tenere conto che nei contratti di sponsorizzazione sono spesso inseriti malus e clausole di way-out in caso di eventi negativi, come in questo caso la mancata qualificazione
L’Italia al Mondiale è un motore importante per alcuni settori. Secondo Fipe-Confcommercio gli incassi di bar e ristoranti nelle serate delle partite crescono di circa il 30-40%. Nelle settimane precedenti l’evento si ha un incremento degli incassi anche nell’elettronica di consumo, con acquisti di tv di fascia medio-alta. Crescono le scommesse (sarebbe bello dire solo quelle legali), con un ritorno in termini di gettito fiscale. Anche licenze e merchandising (magliette, gadget…) hanno un incremento.
L’ultima considerazione è sulle panchine. L’Italia ha Gennaro “Rino” Gattuso: grinta, carattere, aggressività ma ovunque è andato, come tecnico, ha fatto abbastanza male. Su quella della Bosnia si siede Sergej Barbarez, 54 anni. Partì da Mostar, la sua città natale, nel marzo 1992 per una vacanza di due settimane ad Hannover, in Germania. Nel giro di pochissimi giorni le cose nell’allora Jugoslavia dilaniata dalla guerra, precipitarono e lui venne raggiunto dalla famiglia. Giocava a calcio, divenne un buon attaccante. Prima di sedersi sulla panchina della sua nazionale non ha mai allenato, neppure tra i ragazzini. Si è però seduto a parecchi tavoli di poker, per anni da giocatore professionista. Ma stavolta l’all-in lo farà Gattuso. Barbarez non si scomporrà, risponderà: “call”. Rino se perde va a casa sicuro e garantito. Magari pure sbeffeggiato. Il suo presidente, Gabriele Gravina, resterà attaccato alla poltrona come una patella allo scoglio. Nel 2018, dopo la mancata qualificazione della Nazionale al Mondiale di Russia e al termine del periodo commissariale, è stato eletto con quasi l’unanimità per il rilancio in vista di Qatar 2022. Obiettivo fallito, ma è stato rieletto. Era lui l’uomo giusto per ripartire e lanciarsi verso il 2026. Infatti…
