VARESE – Caso Binda: un’altra puntata, l’ennesima, della vicenda infinita relativa al ricorso per l’indennizzo per ingiusta detenzione richiesta dal 50enne brebbiese.
La storia infinita
Dopo il ricorso presentato dall’avvocatura di Stato e dallo stesso Stefano Binda contro la decisione della Cassazione di riconoscere un indennizzo pari a 200 mila euro, anche la Procura generale di Milano ha impugnato il provvedimento. Secondo la Procura generale, infatti, Binda che è stato ingiustamente detenuto per 3 anni 6 mesi e 40 giorni e assolto con formula piena dall’accusa di aver ucciso Lidia Macchi, non ha diritto ad alcun risarcimento. Secondo la Procura generale il comportamento di Binda a livello processuale avrebbe, infatti, ostacolato il raggiungimento della verità.
La Cassazione ha riconosciuto a Binda un indennizzo di 200 mila euro, 100 mila in meno di quelli assegnatigli dalla Corte d’Appello, imputando una debole colpa al brebbiese che sarebbe stato confuso nell’esame reso in aula durante il primo grado. A questo punto si riparte da zero e dal fatto che la Cassazione ha scontentato tutte le parti, visto che tutte hanno presentato ricorso.
