Oscar 2026, messaggio a un’America in crisi

oscar america messaggio

di Andrea Minchella

Nessuna grande sorpresa. Nessun colpo di scena. La novantottesima cerimonia degli Oscar si è svolta all’insegna della sobrietà e della misura. Lo spettacolo ha tenuto un profilo basso per meglio inserirsi in un contesto geopolitico che pare articolato da grida, proclami, atti intimidatori e azioni insensate.

Detto questo, a Los Angeles, comunque, una risposta ad un’America in piena crisi è arrivata e come. Nei ringraziamenti dei vincitori un riferimento alla follia del presente non è stato risparmiato. Ognuno, con garbo e pacatezza, ha chiaramente espresso un giudizio poco accondiscendente verso una generale e incomprensibile necessità di qualcuno di bombardare ovunque con la facilità con cui si compra un chilo di pane o si invia un messaggio con il cellulare.

“Una Battaglia dopo l’Altra” ha vinto sei statuette incoronando finalmente Paul Thomas Anderson come il grande autore visionario che da tempo dimostra di essere. Arrivati forse con vent’anni di ritardo (il suo “Il Petroliere” del 2007 non fu inspiegabilmente ricoperto di statuette) i premi più importanti, film, regia e sceneggiatura non originale, danno un chiaro messaggio politico ad un’amministrazione sempre più isolata e ossessionata dalla guerra. L’assenza di Sean Penn, vincitore come attore non protagonista del film di Anderson, e il discorso dello stesso Anderson, che si scusa con i suoi figli per il mondo in dissesto che noi adulti stiamo lasciando loro, si inserisce con gentilezza in una guerriglia silenziosa culturale che a Hollywood non ha mai smesso di esistere e che, anzi, negli ultimi anni sembra essersi rinvigorita.

“I Peccatori”, seppur con un numero di premi molto inferiore alle sedici candidature, può vantare quattro importanti riconoscimenti: la sceneggiatura originale, del bravo Ryan Coogler che scrive e dirige questo imponente affresco sull’America di oggi utilizzando la segregazione degli anni trenta come prisma impregnato di vampiri e musica blues, la miglior interpretazione del “duplicato” Michael B. Jordan, la musica spirituale ed onirica del già due volte vincitore Ludwig Goransson e la fotografia della prima donna a vincere questo premio, Autumn Durald Arkapaw, che ha intelligentemente coinvolto le donne sedute in platea per condividere una statuetta per una categoria che è centrale per la buona realizzazione di un film.

La straordinaria Jessie Buckley, protagonista, e la diabolica Amy Madigan, non protagonista, vincono le statuette per “Hamnet” e “Weapons”.

Commovente, come sempre, l’omaggio dell’Academy per tutti quelli che ci hanno lasciato quest’anno. Da brividi il numero elevato di giganti che non ci sono più. Redford, Reiner, Keaton, Duvall e la nostra Claudia Cardinale si portano via una storia importante del Cinema.

Nessun Oscar per il brasiliano “L’Agente Segreto”; miglior film straniero per “Sentimental Value”, oscar tecnici al “Frankenstein” di Del Toro, “Avatar” e “F1” e per la prima volta nella storia dell’Academy l’Oscar, finalmente, per il miglior casting che va alla navigata Kulukundis stretta collaboratrice di PT Anderson.

L’Italia, quasi completamente assente, vince con un cortometraggio surreale e poetico “Two People Exchanging Saliva” che tra i produttori vede la Bolognese Valentina Merli. Sfiorato l’Oscar, invece, per la canzone del commovente documentario “Viva Verdi!” che fotografa con struggente delicatezza il centro anziani a Milano voluto dal compositore dove musica e umanità si fondono in una pellicola preziosa.

Dunque questa edizione dell’Academy sarà ricordata come silenziosamente assordante e potentemente in contrasto con un’America, e non solo, che ha dimenticato l’importanza dell’arte come polmone vitale di una società in grado di rinnovarsi e di affrontare le vere difficoltà che siamo costretti a contrastare. Per la politica machista e arrogante la cultura e l’arte sembrano più degli orpelli che non servono a nulla più tosto che la vera differenza che ci distingue dal mondo animale. E come dice Paul Thomas Anderson, la nuova generazione alle porte, forse, riuscirà a riportare un po’ di decenza in questo tempo indecente e privo quasi completamente di umanità e pietà.

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