Pogacar, “macchina” perfetta. Anche troppo

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Tadej Pogacar

di Claudio Ghisalberti

Che Pogacar sia un fenomeno è fuori di dubbio. I numeri sono chiaramente dalla sua parte. Prendiamo i dati mostruosi di questa stagione: 24 vittorie in 58 giorni di corsa. Escluse le volate, ha vinto praticamente tutte le corse a cui ha partecipato. E che vittorie: Strade Bianche, Catalunya, Liegi, Giro d’Italia e Tour de France prima dell’impressionante strike dell’ultimo mese: Montreal, Mondiale, Emilia e Lombardia.  Prima del via il dubbio non era più chi vinceva la corsa, ma a quanti chilometri dal traguardo lo sloveno avrebbe mollato la rasoiata del k.o.. Straordinariamente forte. Imbattibile.

Come sempre succede nel mondo dello sport, quando c’è un nuovo re si sprecano i paragoni con i grandissimi del passato. Per molti è il nuovo Merckx, per altri è già meglio.  Ma da qui in poi, le opinioni si dividono. Ci sono appassionati ed esperti che stravedono per lo sloveno, altri che sono più freddi. Scettici. Non mi nascondo, faccio parte di questa seconda schiera. Cerco di spiegarne i motivi.

Il primo dubbio riguarda il valore degli avversari. Siamo così sicuri che quelli che si trova sulle ruote siano dei grandi? Evenepoel ha centrato una straordinaria doppietta olimpica, ma a Parigi Tadej non c’era. Nelle altre corse Remco ha dovuto piegare il capo. Roglic ha vinto la Vuelta, ma anche in Spagna Pogacar era assente. Lui avrebbe voluto esserci, ma evidentemente gli hanno consigliato di non esagerare. Vingegaard, il suo vero rivale da Tour, quest’anno in Francia non era al top a causa della caduta ai Baschi il 4 aprile. Però è difficile ipotizzare che, a parità di condizione, il danese sia più forte. A proposito di avversari, che seppure al suo livello restano dei campioni: possibile che i battuti finiscano la corsa stravolti, stremati, devastati e lui sia ancora sorridente e fresco? Come se non avesse dato tutto. Come se, in caso di necessità, potesse dare ulteriore gas.

Un altro dubbio riguarda le prestazioni di Tadej che, praticamente, a ogni salita polverizza i record precedenti. Per l’amor del cielo, nessuno può mettere in dubbio che ora i materiali tecnici siano migliori rispetto al passato. Molto migliori rispetto a quelli che usavano Pantani, Armstrong e Ullrich, magari un pochino meglio rispetto a quelli usati in tempi più recenti da Contador e Froome. Però prima, soprattutto come vedremo più avanti nei famigerati anni Novanta, si usavano “additivi” che ora non risultano più nel sangue e nelle urine dei corridori di oggi. Tradotto: valgono così tanto di più i materiali rispetto all’Epo che portava l’ematocrito a 58? Beh, questo è tutto da dimostrare.

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Claudio Ghisalberti

Che Pogacar sia una macchina eccezionale non si può discutere. Ma, per esempio, lo era anche Lance Armstrong che non ha mai preso un raffreddore in carriera e che quando un corridore s’è schiantato davanti a lui in discesa (Beloki scendendo verso Gap al Tour 2003) lui ha tagliato un tornante in mezzo al prato ed è rimasto in piedi senza fare una piega.

Quello che non capisco, forse per ignoranza, è da dove nascano le prestazioni fenomenali di Pogacar. La spiegazione fisiologica. Lui stesso ha detto di spingere 320-340 watt in Z2. Secondo le tabelle messe a punto dagli studiosi Hunter Allen e Andrew Coggan la cosiddetta Z2  (Endurance) corrisponde a una potenza che va dal 56 al 75% della Ftp. Se il dato è vero vuol dire che la sua soglia anaerobica si attesta attorno ai 440 watt. Il rapporto peso/potenza, che è il dato più importante, calcolato su 65 kg (sempre sua dichiarazione) sarebbe di quasi 6,8 watt/kg. È un valore umano? Il funzionamento di un motore così estremo si può spiegare solo con una capacità di assimilazione in corsa di 120 grammi/ora di zucchero? Basta questo per rifilare 2’30” in pianura al miglior cronoman del mondo? Eppure è successo sabato con Remco al Lombardia. Le prestazioni di Tadej Pogacar sono paragonabili a quelle straordinarie di Usain Bolt o a quelle inavvicinabili di Florence Griffith?

Restando in tema dichiarazioni non possono non essere registrate quelle che lo stesso Tadej ha fatto venerdì alla vigilia del Lombardia: “Il ciclismo è vittima del suo passato, ma sarebbe stupido mettere a rischio la propria salute per dieci anni di carriera. Non voglio correre il rischio di ammalarmi. Ci saranno sempre gelosie e sospetti, non posso farci nulla”. Poi ha aggiunto “Tanti, che magari neppure conosciamo, dunque non necessariamente chi vinceva, ora sono malati, hanno problemi di salute fisica o mentale a causa di ciò che hanno fatto con i propri corpi negli ultimi 20 o 30 anni. Forse tra qualche generazione la gente dimenticherà il passato, dimenticherà Armstrong e quelle epoche”.

A questo punto sarebbe interessante sapere a chi si riferisce. Chi sono quei malati? Poi nel caso questa riflessione la potrebbe fare con chi lo gestisce all’interno della sua Uae-Emirates. Perché non ne parla con Mauro Gianetti, il suo team principal?. Gianetti, che è bene ricordare, nel 1998 rischiò la vita al Giro di Romandia e non per una caduta. In seguito, dopo numerosi casi di doping all’interno delle sue squadre gestite con Joxean “Matxin” Fernandez, venne allontanato dal ciclismo assieme al tecnico spagnolo. Da qualche tempo Gianetti e Matxin sono tornati e, con Pogacar, dominano. Il passaporto biologico e i test antidoping (biologici e tecnologici) dicono che, per ora, Tadej Pogacar è un campione pulito e con la C maiuscola.

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