Lo sguardo è sempre corto. Chinato sui piedi. Lontano dal passo popolare. Il secondo round delle amministrative finisce pari: tre capoluoghi di provincia alla destra, tre alla sinistra. Sostanziale equilibrio nella distribuzione residuale dei consensi. Ci sarebbe, c’è, poco da discutere. I dati sono i dati. Come si può contraddire la realtà?
Si può, si può. Basta inforcare gli occhiali d’ordinanza. E lo sguardo è corto. Cortissimo. A destra Meloni inneggia ai suoi che, sostiene, han confermato d’essere i preferiti dagl’italiani. A sinistra Schlein plaude (medesimo entusiasmo) alla prestazione del campo largo o quale roba esso sia. Stupefacente, ovvio. Tuttavia allo stupefacente ci siamo abituati, quando a impancarsi si ergono i politici. Sensazione: ci prendono per i fondelli, e però che c’importa. L’abitudine ha fatto il callo.
Davvero? Giudicando dalla scarsa partecipazione alla nuova tornata delle amministrative, non si direbbe. Ha votato poco più del 50 per cento degli aventi diritto. Tante le motivazioni, forse non assente il pregiudizio verso la poca credibilità partitica. O almeno la poca credibilità leaderistica dei partiti. Nessuno è fesso, parliamo di cittadini, mica solo a Napoli. Eppure a Roma – citiamo Roma quale caput mundi delle varie governance rappresentative, da nazionali a periferiche – non c’è chi se ne preoccupi, d’una così penosa deriva.
Chiacchiera qualunquistica, obietterete. E sì, come darvi torto? Ma il qualunquismo è fenomeno indotto dallo sprezzo verso il realismo, che sarebbe la nostra quotidianità in ogni sua articolazione. Non se ne tien conto, dell’universo dei semplici, peraltro coloro che innervano il Paese, gli consentono sopravvivenza, durata, progresso eccetera. Sono fiduciosi, i semplici: hanno una sola parola e s’aspettano di riceverne, allo stesso modo, una sola da quanti si son presi il compito di rendere testimonianza ai loro problemi. Di capirne le cause. Di trovare le soluzioni. Di essere i mediatori efficaci fra la società e il potere.
Perciò quando succede che una simile speranza, e addirittura certezza, viene delusa, le conseguenze possono rivelarsi catastrofiche. Rischia di sciogliersi il patto virtuoso che tiene insieme sottoposti e anteposti. E figuriamoci se poi gli anteposti smaneggiano allo scopo di togliere ai sottoposti il minimo sindacale di libertà nella scelta: l’ipotesi di nuova legge elettorale, ad esempio, nega l’espressione delle preferenze. Confermando il trend bene/male conosciuto da anni e da legislature. Cosa di peggio per convincersi in toto che siamo una parvenza di democrazia, una finzione d’indipendenza, una parodia della sovranità di massa?
S’impone, certo che s’impone, non solo la retromarcia nello specifico di questa modifica al modus eligendi dei futuri deputati e senatori. S’impone, e certo che s’impone, una revisione di profilo culturale. Di mentalità istituzionale. Di rispetto verso le regole, quelle vere, dell’Italia repubblicana di fatto e non solo di parola. Quell’Italia che ci aspetteremmo fosse una, e una sola, sulle grandi questioni internazionali ed economiche. Invece prendendo doloroso atto che ci sono molte, troppe, insopportabili Italie: tutte contrarie all’interesse di Quell’Italia. Di questa Italia.
