BUSTO ARSIZIO – Incapaci di volere, manipolati, emotivamente poveri, Igor Benedito «un burattino nelle mani della madre» Medea. Oggi, lunedì 11 maggio, nel processo per l’omicidio di Fabio Ravasio, ucciso a Parabiago il 9 agosto 2024, è stato il giorno delle prime cinque arringhe difensive. Al termine delle quali i legali hanno chiesto l’assoluzione per Mohamed Dahibi e il minimo della pena per Fabio Oliva, Marcello Trifone, Igor Benedito e Mirko Piazza.
Per cinque degli otto imputati, a partire dalla “Mantide” Adilma Adilma Pereira Carneiro, brasiliana di 50 anni, compagna della vittima e indicata come la mandante dell’omicidio dietro il movente economico, il pubblico ministero Ciro Caramore, che ha coordinato le indagini, ha chiesto la condanna all’ergastolo al termine della requisitoria davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta da Giuseppe Fazio (Marco Montanari a latere) durata quasi sei ore.
Oliva non si è nascosto
Per Fabio Oliva, ilmeccanico che “mise in moto” l’auto utilizzata per uccidere Ravasio, i legali hanno ritagliato, così come già fatto dal Pm, un ruolo «marginale», non un «imputato nascosto» ma un uomo che «ha scoperto l’accaduto a cose fatte. E ha deciso da subito di collaborare fornendo tutte le informazioni utili all’indagine per fare chiarezza. Da parte sua non c’è mai stata volontà di contribuire all’accaduto».
Benedito burattino della madre
La difesa di Igor Benedito, figlio di Adilma alla guida dell’auto killer, ha sostenuto in aula che l’uomo sarebbe stato coinvolto nel piano per l’omicidio di Fabio Ravasio soltanto alla vigilia del delitto, inizialmente rifiutandosi di guidare l’auto utilizzata nell’investimento mortale avvenuto sulla provinciale tra Parabiago e Busto Garolfo. Secondo i legali, Benedito avrebbe ceduto alle pressioni della madre solo il giorno stesso dell’omicidio, dopo la minaccia di essere escluso dalla famiglia e separato dai fratelli. I difensori hanno descritto l’imputato come una persona “problematicа” e “totalmente passiva”, condizionata da una storia personale difficile e incapace di opporsi all’influenza materna. Una condizione che, secondo la tesi difensiva, sarebbe incompatibile con la premeditazione contestata dall’accusa.
La presenza di Marcello Trifone, marito della 50enne, sull’auto che investì Ravasio verrebbe letta, sempre secondo la difesa, come segnale dell’esitazione di Benedito. I legali hanno inoltre parlato di un rapporto “patogeno e ricattatorio” con la madre, definita “mantide”, sostenendo che il figlio si sarebbe liberato da quella influenza solo dopo l’arresto. Per la difesa, il quadro emerso escluderebbe le aggravanti, in particolare la premeditazione, e potrebbe far riconoscere una seminfermità mentale, nonostante la perizia della Corte d’Assise abbia escluso vizi di mente. “Si è sentito un burattino nelle mani della madre”, hanno concluso i legali.
La povertà cognitiva ed emotiva di Trifone
La difesa di Trifone ha invece ricordato in aula che all’uomo sarebbe stata «promessa la fossa» qualora si fosse rifiutato di partecipare al delitto. Nel corso dell’arringa, l’avvocato si è soffermato anche sulle condizioni psicologiche dell’imputato, descrivendolo come una persona «con la necessità costante di un punto di riferimento» e segnata da una «povertà cognitiva, emotiva e affettiva». La difesa ha infine richiamato i ripetuti tentativi di Trifone di restare legato alla figura di Adilma Pereira Carneiro, che continua ancora oggi a considerare sua moglie.
Blanco estraneo all’omicidio
Secondo la difesa, Mohamed Dahibi, detto “Blanco”, sarebbe estraneo all’omicidio. In aula la legale dell’imputato ha contestato duramente la ricostruzione della Procura e l’attendibilità degli altri imputati, sostenendo che abbiano cercato di scaricare le responsabilità reciproche per alleggerire la propria posizione. Nel mirino soprattutto le dichiarazioni di Massimo Ferretti, accusato di aver attribuito a Dahibi azioni compiute in realtà da lui, tra cui la ricerca di un killer per Ravasio. La difesa ha inoltre definito “inutile” il presunto ruolo assegnato a “Blanco”, ossia bloccare la strada simulando un malore, per la distanza dal luogo dell’incidente e la presenza di vie alternative lungo il percorso.
La dipendenza economica e affettiva di Piazza
La difesa di Mirko Piazza, infine, ha sostenuto che l’uomo non avrebbe avuto alcun ruolo decisionale nell’organizzazione dei fatti legati alla morte di Ravasio. Secondo il legale, Piazza «non partecipava in nulla alle decisioni, allo studio delle opportunità, all’organizzazione» e avrebbe inoltre rifiutato di mettersi alla guida dell’auto che investì la vittima. Una scelta che, per la difesa, rappresenterebbe «un minor disvalore» della sua condotta rispetto a quella degli altri imputati coinvolti direttamente nell’azione.
L’avvocato ha poi evidenziato il forte rapporto di dipendenza economica e affettiva di Piazza nei confronti di Massimo Ferretti, spiegando come l’imputato accettasse talvolta richieste che non condivideva per il «profondo senso di amicizia» che lo legava a Ferretti. Infine, la difesa ha respinto le contestazioni della Procura sui presunti tentennamenti dell’uomo nel ricostruire i fatti, attribuendoli invece alle sue difficoltà cognitive.
Lunedì 18 maggio parleranno le difese di Ferretti e Fabio Lavezzo.
