di Gian Franco Bottini
“Hai visto Un posto al sole ieri sera?” “No, tu sai che io seguo solo Mare fuori.” Più o meno queste le battute che tempo fa si scambiavano le mamme, prendendo un caffè, reduci dall’aver consegnato i figli ai propri impegni scolastici. Quei figli di allora sono cresciuti, frequenteranno le medie, le mamme saranno cambiate, ma sempre il rito del caffè, per chi fra loro se lo può permettere, ancora lo si osserva e quasi certamente si esprimeranno così:”Hai visto Garlasco ieri sera?””No, tu sai che io seguo solo la Pierina di Rimini e qualche volta la Resinivich di Trieste”
Le trasmissioni legate a fatti di sangue si sono moltiplicate e vengono proposte settimanalmente, come fossero dei serial, seguendo una trama che si forma via via con gli avvenimenti della cronaca ma spesso anche con le fantasie che si vengono a sviluppare proprio nell’ambito delle trasmissioni stesse. Un misto fra serie televisive e reality show, dove si è creata una nuova tipologia di interpreti: avvocati, giuristi, criminologi, giornalisti, informatori, indagati, veri o falsi testimoni, sospettati, amanti ed ex amanti, e così via.
Se tempo fa gli sceneggiatori delle importanti serie nostrane temevano la perdita del loro lavoro perché sostituiti, nella loro creatività, dalla famigerata Intelligenza Artificiale, oggi gli stessi devono temere questa pletora di nuovi interpreti che, snodando di volta in volta il loro copione, dettano la trama alla quale ci si deve adeguare. Gli alti numeri di audience dicono che gli spettatori gradiscono questo genere di trasmissioni e questo stimola tutte le reti (anche quelle minori, che si impegnano sui “furti galline” locali) a crearsi il loro spazio in proposito, gestendolo in maniera molto competitiva, il che non sempre appare adeguato alla serietà di argomenti così delicati. Senza voler minimamente intaccare la libertà di informazione (in questo momento argomento piuttosto scottante) ma facendo spesso parte degli stessi spettatori, ci vengono spontanee alcune osservazioni.
A volte appare che si stia svolgendo, davanti alle telecamere, un processo sostitutivo, o in qualche caso addirittura parallelo, a quello che di norma dovrebbe avvenire in un’aula giudiziaria, quasi si volesse arrivare ad un giudizio popolare basato su tutto quanto succede in una trasmissione televisiva, che per sua natura è spesso orientata allo show (sempre per intuibili ragioni di audience). La cosa non solo ci appare inopportuna, ma in alcuni casi fin’anche dannosa, per la turbativa, se non per l’inquinamento, che potrebbe causare sull’operato della “giustizia”, vista anche la consentita intrusione, per motivi di spettacolo, di ben noti personaggi “professionalmente” dediti al commercio degli scoop.
E’ davvero sorprendente come a volte vengano messi in chiaro documenti, intercettazioni, immagini e quant’altro che fino a tempo fa ritenevamo dovessero far parte della riservatezza di indagini o di giudizi in corso d’opera; e ancor più sorprendente allorchè si intuisce, o si dichiara apertamente, che la disponibilità di detto materiale sia a volte definito giornalisticamente “esclusiva”.
Se tutto ciò avviene ripetutamente significa che su questa nostra perplessità nulla questio da parte di chi potrebbe sollevare obiezioni, anche se a volte ciò non può che stupire e far nascere la curiosità sulla fonte di provenienza del materiale stesso, perché quella citata “esclusività” solo sporadicamente potrebbe semplicemente originare da un ingenuo e gratuito atto di simpatia di qualcuno verso un organo di informazione amico.
Da notare poi che, come sempre succede in questa rincorsa allo scoop, spesso vengono ad essere messe in chiaro anche situazioni personali che nulla hanno a che vedere col fatto in questione, coinvolgendo magari individui marginalmente, o addirittura per nulla, interessanti per il caso specifico, con tutto quello che presumibilmente ne può poi conseguire per la loro vita e i loro rapporti personali. Per non parlare poi delle famiglie delle vittime, alle quali non si chiede sicuramente il permesso di rivangare in continuazione fatti e ricordi, rendendo ancor più difficoltosa l’elaborazione del loro dolore .
Nuova e sicuramente originale è la posizione dei molti professionisti che pur formalmente coinvolti a vario titolo nelle indagini ufficiali hanno poi una seconda vita, che si protrae fino a tarda notte, sulle reti televisive. Si tratta di avvocati difensori, consulenti di parte e di “giustizia”, poliziotti in carica ed ex. C’è da stupirsi che non esista un’etica, magari anche non scritta, che suggerisca loro l’inopportunità di un doppio ruolo, forse anche lucroso, ma sicuramente anche sintomo di una irrinunciabile vanità professionale.
Chi ne esce male invece è la nostra giustizia (in molte sue componenti) e, senza volutamente dilungarci sull’argomento , le molte carenze o debolezze del sistema che emergono non fanno altro che far lievitare una già rilevante diffidenza, se non sfiducia, nell’opinione pubblica. Forse, da parte degli editori di queste trasmissioni, qualche sforzo di autoregolamentazione in più, che guardi meno all’andamento dell’audience, sarebbe opportuna anche per evitare dei motivati interventi restrittivi che rischierebbero poi di sfiorare la libertà di informazione e conseguentemente riportare in auge gli inevitabili timori di censura.
bottini processi tv etica – MALPENSA24
