*di Roberto Molinari
Voglio essere un ragazzo “fuori dal coro” e provare a fare una qualche riflessione diversa rispetto agli spunti che, sulla vocazione di Varese, talvolta, ma ora soprattutto, sentiamo proporci.
Scrivo questo perché avvicinandosi la fine, tra poco più di un anno, del nostro mandato, come è ormai tradizione, si accendono i fuochi e le luci della ribalta e molti spiegano, con dovizia di particolari e anche, diciamolo, con un po’ di eccessiva supponenza, quale deve essere la vocazione di Varese, quali gli strumenti per il rilancio, quale l’ambizione, quale la visione e così via, in un crescendo di proposte, alcune davvero campate per aria, altre un pochettino più concrete, altre ancora prive di connessioni con la realtà ed infine altre ferme a 40 anni fa.
Ma veniamo a noi. Innanzitutto, a mio parere, vanno sfatate le pseudo narrazioni diffuse al fine di sostenere le presunte responsabilità e le altrettante pseudo mancanze del centrosinistra e del sindaco Galimberti riguardanti la città di Varese nel suo mandato ormai quasi decennale.
E, dunque, ammessa l’amnesia di taluni interessati circa i 23 anni di dominio, quello si, fermo, immobile, infruttuoso e privo di capacità innovative e propositive ed anche caratterizzato dall’ampia litigiosità politica del centrodestra a Varese a trazione e comando leghista, ebbene, superata questa amnesia colpevole ed interessata a nascondere le proprie magagne, a me, tuttavia, interessa provare a socializzare alcune idee.
Questi dieci anni di governo Galimberti e del centrosinistra hanno dimostrato una capacità di attivismo che, piaccia o no, ha dato evidenza di come un altro modo di amministrare sia possibile rispetto a chi, vivendo di rendita politica, intendeva il governo della città.
Questo non vuol dire certamente che si sia sempre stati perfetti e che tutte le nostre decisioni siano state ottime e condivisibili, ma di qui ad esprimere un giudizio negativo sul nostro operato vuol dire solo falsificare la realtà e di questo occorre tenerne in conto nel momento in cui si è obbligati a giudicare la credibilità di chi vuol essere alternativa al centrosinistra. Ed è da qui, senza supponenza, che occorre partire con lo sguardo rivolto al futuro.
Ora, sarebbe quasi fin troppo facile scrivere solo dei famosi 100milioni di euro a 0 che hanno caratterizzato questi anni. E sarebbe anche riduttivo parlare solo dei cantieri e delle opere messe in campo, comprese anche, le necessarie, mi si passi il termine poco elegante, le necessarie “toppe” apposte ai problemi ereditati dalle passate gestioni. Pensiamo a quello che abbiamo ereditato con l’incompiuta della Caserma Garibaldi, con il debolissimo progetto legato villa Mylius, pensiamo al PGT attualmente in vigore che di fatto, sino ad oggi, blocca Varese.
E dunque, sentir parlare di città che deve risvegliarsi, come sostiene qualcuno, mi appare come solo una battuta gratuita che va a coprire il vuoto di idee ormai che rasenta l’imbarazzo.
Ma venendo a noi, pensiamo a come è stato banalizzato il recente dibattito, se di dibattito si può parlare, nato su di una battuta, perché di questo si è trattato, sul portare o meno gli ambienti universitari in centro a Varese.
C’è chi ha sostenuto “portiamo gli studenti in Caserma Garibaldi” dimentico che 4 anni fa li ci voleva mettere gli uffici comunali. E c’è stato chi ha sottolineato come avere le aule universitarie in centro città potesse essere stimolo al commercio e ai consumi. E così via. Insomma, tutto molto banale e poco rispettoso sia dell’Istituzione Università, sia di chi oggi amministra Varese, ma, soprattutto, poco rispettoso di studenti e cittadini. Io penso che, certo, avere studenti universitari in centro città aiuta, ma forse e qui mi espongo sapendo di suscitare critiche, forse il vero tema sarebbe dovuto essere come sostenere lo sviluppo della nostra Università, con tutto quello che comporta in termini di ricettività e apertura anche a chi non è varesino né tanto meno italiano affinché si possano avere più intelligenze, più brevetti, più start-up con ricaduta sul nostro territorio.
Insomma, come sostenere al meglio una Università che produca più sapere, ma anche che sappia fare innovazione e che faccia si che, chi la frequenta e si laurea decida di fermarsi, di trasmettere innovazione sul territorio, ma contemporaneamente si apra sempre più al mondo e col mondo abbia relazioni. Forse è su questo che si sarebbe dovuto aprire un dibattito e non su centro sì o Caserma Garibaldi per aule didattiche, segno, mi si consenta la battuta, che qualcuno in politica si fa dettare i tempi e i contenuti solo dai titoli di una certa stampa. E così ci si inventano interrogazioni o mozioni cinque minuti dopo aver letto il titolo, prassi, questa ormai ampiamente vista all’opera a Varese in sede di Consiglio Comunale.
Insomma, l’impressione che ho è che forse forse l’approccio dei molti che oggi esprimono giudizi rifletta soprattutto quel vuoto di idee e di proposta che caratterizza attualmente chi vorrebbe proporsi come alternativa al centrosinistra.
Scritto questo a me viene anche da pensare che, a fronte di un mondo che sta affrontando la più imponente rivoluzione che l’umanità ha mai vissuto e cioè gli effetti dell’intelligenza artificiale, ebbene, noi, a fronte di un cambiamento epocale, a cui anche noi siamo chiamati si rischia di avere la testa rivolta al passato e con idee e approccio da secolo scorso.
Il mondo intorno a noi sta cambiando in maniera vorticosa, ad una velocità impensabile e non è solo per effetto di un contesto internazionale impazzito e governato da mediocri leader.
Sono gli effetti dei cambiamenti che si produrranno in tutti i campi a causa dell’I.A. su cui dobbiamo riflettere per capire dove poter portare la nostra gente e gestire il cambiamento. Governare oggi una città è complesso e complicato molto di più di quanto si possa immaginare. E molte sono anche le situazioni che, il più delle volte, sfuggono anche alla comprensione del singolo cittadino. Ma spetta a chi è stato eletto il compito di trovare soluzioni.
Spetta a chi governa mettere insieme tutte le risorse che stanno intorno a noi e quando scrivo di risorse penso ovviamente alle Istituzioni, alle Università, al Privato e al Privato Sociale così come a tutto quel mondo fatto dai tanti e che va sotto la denominazione di Terzo Settore e socializzare le soluzioni affinché i cittadini le possano condividere e fare proprie.
I cambiamenti che possono investirci non riguardano banalmente discussioni su quante fioriere si possono mettere in centro o quante buche delle strade possiamo riparare.
Certo, chi amministra deve anche occuparsi di questo e questo è innegabile. Ma i temi complessi che ci interrogano oggi sono anche purtroppo altri e sfuggono il più delle volte dal nostro controllo. Sono la velocità con cui si modificheranno le attività produttive e la domanda di forza lavoro diversa e questo per effetto dell’A.I.
E’ come dovremo andare ad affrontare i cambiamenti nei processi educativi per rispondere non solo ad una domanda, ma anche ad una offerta più complessa e che rischia di aggravare ulteriormente anche le diseguaglianze e le distanze tra chi potrà permettersi i costi di una istruzione elevata e di qualità e chi no. E dovremo sempre più anche porci il problema di come affrontare l’emergenza educativa che viviamo da tempo, ma che ora ha assunto, dopo il covid, numeri impressionanti e sta portando il nostro Paese ad una deriva puramente “giudiziaria” con nuovi reati, rispetto ad una visione fatta di investimenti su prevenzione e politiche adeguate soprattutto con lo sguardo rivolto al mondo giovanile.
E’ il porsi e l’interrogarsi su come mantenere, preservare, tutelare la tenuta sociale nella nostra città e in generale in tutte le città del Paese.
Così come occorre una riflessione che riguarda tutti noi, priva di demagogia e luoghi comuni, circa la comprensione dei fenomeni demografici con la contemporanea presenza di inverno demografico, progressivo invecchiamento della popolazione e fenomeno migratorio, quest’ultimo poi solo affrontato con la banalità ideologica di chi ha solo interessi di consenso elettorale immediato da difendere senza avere la capacità di una lettura oggettiva del Paese e della sua stabilità anche economica e sociale.
Ed ancora, pensare a come potremo, se lo potremo, mantenere il nostro sistema di welfare che non è solo pensioni e sanità, ma è, soprattutto e non meno importante quello legato ai comuni, alle nostre Amministrazioni, sempre più usate come un bancomat da parte dello Stato e da questo Governo.
Ebbene, allora, io credo che il futuro di una città si basi sulla capacità di cogliere i cambiamenti, ora carsici, ma che domani esploderanno con virulenza incontrollata, se non percepiti per tempo e affrontati nell’adesso.
Qualche anno fa nel leggere un libro di Giuliano da Empoli, uno dei migliori analisti politici di questi ultimi anni, mi aveva colpito una sua riflessione.
In sostanza, lui scriveva che, le multinazionali per trasferirsi in un territorio non guardano più solo ai benefici fiscali, al costo del lavoro e agli aspetti logistici, ma anche al fatto che il loro personale, quello di alte qualifiche valutano la qualità della vita del territorio, i servizi che potranno trovare e questo perché questo personale di cui hanno altamente bisogno cambia anche il proprio datore sulla base dell’offerta che gli viene proposta per spostarsi o si sposta autonomamente offrendosi a chi da maggiori garanzie al riguardo. Questo aspetto mi aveva colpito e penso che sia ancora valido e possa avere una ulteriore accelerazione con le modifiche che colpiranno il prossimo mercato del lavoro. E che va visto come una opportunità per arricchire il territorio di idee nuove, nuovi stimoli e qualità professionali che possono far crescere il nostro contesto ed avere ricadute e effetto domino intorno a noi.
Io penso che il tema sia, a fronte di un quadro così dipinto e che quindi riguarda anche noi a Varese, il come giocarsi la carta della competizione tra territori, tra città e come mettere in campo un processo di rete di “servizi” a favore delle diverse dimensioni che caratterizzano un territorio.
La competizione tra territori, il sindacalismo territoriale è stato il grande tema su cui è esplosa negli anni 90 la Lega di Bossi, tema ora posto ai margini dagli eredi politici e, comunque, gestito in modo fallimentare da 30 anni a questa parte.
Ma la risposta non può essere con lo sguardo rivolto al passato. Non ci può più essere la Varese dei Bassani, dei Borghi o dei Molina se guardiamo ai numeri di allora. Ma se guardiamo alla loro capacità e alla vocazione che seppero interpretare votata all’innovazione allora tutto cambia.
E, allora, quale risposta di senso dare rispetto ad una realtà così complessa ed in evoluzione circa le domande di quale vocazione o di quale visione fuggendo al condizionamento del bel tempo che fu? Non possiamo cercare una panacea, ma possiamo lavorare su presupposti diversi rispetto al tentativo che poi si trasforma in vuota retorica della ricerca continua di vocazioni o visioni. Ed allora, senza presunzione e senza l’idea di aver la risposta esaustiva io credo che occorra avviare una riflessione in grado di pensare a se e a come porre il tema dei servizi per la collettività, come e se questa possa essere la risposta ragionata e quindi ragionare su servizi per la persona, servizi per l’impresa, servizi culturali e così via. Insomma, come pensare ad un sistema in grado di “attirare” persone, famiglie, ma anche soggetti imprenditoriali innovativi qui e intorno a noi. Tutti aspetti che non possono essere affrontati singolarmente o lasciati al “mercato”, alla semplice mano pubblica o ad altri soggetti magari anche molto tech, ma poco democratici e scarsamente attenti alla coesione sociale, ma che devono, viceversa, trovare risposte dalla politica, dalla buona politica e dalla buona amministrazione capaci, all’unisono, di promuovere un patto di “buon governo” con le forze sociali, nel loro complesso, per costruire una “proposta” che sappia mettere il pubblico, il privato, il privato sociale, il terzo settore in sintonia per costruire modelli di sviluppo capaci di mettere al centro la persona, ma ugualmente di produrre cambiamento e mantenere benessere e coesione sociale.
*assessore ai Servizi Sociali di Varese
