Risarcimento Binda, la Cassazione rinvia in Corte d’Appello. Per la terza volta

VARESE – Quella che vede Stefano Binda, ingiustamente detenuto per oltre tre anni per l’omicidio di Lidia Macchi e poi assolto in via definitiva con formula ampissima dall’accusa, chiedere di essere risarcito per la vita rubata dietro le sbarre del carcere è una vicenda infinita.

La decisione della Cassazione

L’ultimo atto si è consumato due giorni fa, quando la Corte di Cassazione ha vagliato i tre ricorsi presentati dalla Procura Generale di Milano, dall’Avvocatura dello Stato e dall’avvocato Patrizia Esposito, legale di Binda, presentati contro la decisione della Corte d’Appello di Milano di riconoscere a Binda un indennizzo pari a 212mila euro a fronte del danno patito. La Cassazione ha già deciso. Si torna in Corte d’Appello.

Tre ricorsi

Binda, seguendo il rigido tabellario previsto in casi di errori giudiziari, chiede un risarcimento che supera i 300mila euro. La Corte d’Appello di Milano si era già espressa una prima volta riconoscendone 303mila. La Procura Generale, che imputa a Binda responsabilità sostenendo che  che “con i suoi silenzi” avrebbe “contribuito all’errore sulla sua carcerazione” e che “la condotta mendace” negli interrogatori fu una “condotta fortemente equivoca”. Dichiarando, dunque, che non avesse diritto ad indennizzi. Binda, in realtà, aveva subito parlato per quasi 8 ore davanti al Pm dichiarandosi innocente e fornendo anche un alibi (poi confermato in dibattimento): mentre la povera Lidia veniva massacrata con 27 coltellate lui si trovava a Pragelato insieme ad altri ragazzi in una vacanzina organizzata da Comunione e Liberazione.

In Appello a nove anni dall’arresto

L’impugnazione era quindi arrivata all’attenzione della Massima Corte che aveva annullato con rinvio la prima sentenza. La seconda volta in Corte d’Appello Binda si era visto riconoscere un indennizzo pari a 202mila euro. Sentenza impugnata sempre dalla Procura Generale, questa volta affiancata anche dall’Avvocatura dello Stato, e dallo stesso Binda che non ritiene di aver avuto alcuna colpa, seppur lieve, nell’ingiusta detenzione subita. La Cassazione, per la seconda volta, ha annullato con rinvio. Si torna in Corte d’Appello,per la terza volta. Dall’arresto di Binda, intanto, sono trascorsi quasi dieci anni. 

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