MILANO – L’ammissione al percorso di giustizia riparativa rappresenta per Daniele Rezza l’ultima possibilità concessa dalle istituzioni per comprendere la gravità del gesto compiuto e tentare un effettivo recupero sociale. È quanto stabilito dalla Corte d’Assise d’appello di Milano nei confronti del ventunenne condannato a 27 anni di carcere per l’omicidio di Manuel Mastrapasqua, il trentunenne colpito a morte nell’ottobre del 2024 per il furto di un paio di cuffie da 14 euro.
La decisione della Corte e la posizione dei familiari
I giudici milanesi hanno chiarito nell’ordinanza come la richiesta avanzata dal legale del giovane potesse in astratto essere respinta a fronte del netto diniego espresso dai familiari della vittima. La madre e i fratelli di Mastrapasqua hanno infatti manifestato un’aperta e comprensibile ostilità, rifiutando le scuse presentate in aula dall’imputato e ritenendole tardive. La Corte ha tuttavia evidenziato che nei reati di massima gravità la reazione delle parti offese è quasi sempre di totale chiusura, ma che l’ordinamento non può precludere a priori l’accesso agli strumenti riparativi solo in assenza di un consenso bilaterale, prevedendo in questi casi il ricorso a una “vittima surrogata”.
La necessità del percorso rieducativo
Il provvedimento fa emergere un quadro complesso sul comportamento tenuto dal ventunenne durante la detenzione. I due anni trascorsi in carcere non hanno prodotto finora sostanziali progressi sul piano della consapevolezza: la condotta del giovane è stata segnata da continui rapporti disciplinari per intemperanze, aggressioni ed esplosioni d’ira, riconducibili a una forma di sociopatia già riscontrata durante i gradi di giudizio. La notte del delitto, Rezza colpì una persona scelta in modo del tutto casuale, che si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato.
I magistrati hanno ribadito la congruità della pena a 27 anni inflitta al giovane, evidenziando tuttavia la necessità di affiancare alla sanzione detentiva un iter che miri alla responsabilizzazione dell’autore del reato. Spetterà ora al Centro per la giustizia riparativa di Milano strutturare il programma più idoneo per accompagnare l’imputato verso la presa di coscienza di quanto commesso.
