Prevenzione. Se ne parla con insistenza in sanità con l’obiettivo di limitare l’insorgere delle patologie che, pleonastico ripeterlo, si riflettono sui costi sociali per le necessarie cure. La prevenzione però richiede regole precise, che evitino conflitti tra pubblico e privato. Una convivenza a volte difficile. Antonio Tomassini, già senatore e presidente proprio di commissioni parlamentari relative alla sanità e, attualmente a capo di una associazione che aggrega deputati e senatori che durante i loro mandati si sono occupati appunto di sanità, prova a fare chiarezza sulla complessa vicenda.
Senatore, la prevenzione.
“Si parla di prevenzione relativa alla parte pubblica e a quella privata. E’ comunque lo Stato che deve fissare le regole e esercitare i controlli. Con un principio basilare: tutti gli operatori devono essere liberi di agire. Detto questo…”.
Detto questo?
“La prevenzione si esercita su tre livelli. Parliamo innanzitutto di prevenzione primaria, relativa agli stili di vita. Questo è però un terreno scivoloso per il motivo che tutto è a pagamento . Chi dà le regole, difficilmente riesce a ottenere un contraddittorio corretto. Il rischio è una sorta di Far West e chi paga questo tipo di prevenzione è il cittadino”.
Dopo di che?
“Parliamo di prevenzione di secondo livello, Significa preveddività, diagnosi precoce. In altri terminim interventi di cura il più veloce possibile. Per quanto riguarda infine la prevenzione di terzo livello ci basiamo sulla reabilitazione, quel tipo di prevenzione per evitare che chi ha già un problema lo aggravi”.
Il nodo principale della prevenzione ci sembra sia il secondo livello. Sbagliamo?
“L’impegno è cruciale: bisogna saper dire cosa è bene fare, farlo nel migliore modo possibile e misurare quindi i risultati. Due sono le strade maestre. La prima è relativa alla scienza: preparare gli operatori e diffondere il come si fa. Qui, però, chi privilegia l’aspetto commerciale non sempre si sottopone a verifiche. E’ il caso, ad esempio, del welfare aziendale: se chi se ne occupa non possiede le necessarie informazioni sulle metodiche realizza cose poco utile e fa sprecare soldi”.
Soluzioni?
“Chi ha conoscenze scientifiche e si informa in modo corretto e completo, insomma, forma gli operatori, può ottenere i risultati voluti. Si tratta di una programmazione che guarda ai big data. Ma non basta”.
Senatore, in che senso?
“Il controllore deve facilitare la sburocratizzazione: stessi livelli nazionaku e poi regionali. Fondamentalmente, una volta ottenuto il via libera non ci devono essere più ostacoli sul terreno. Vanno bene le verifiche, ma non tutte le volte è necessario ricominciare con le procedure burocratiche”.
Della prevenzione non si può fare a meno.
“Non c’è dubbio, è un campo ineludibile soprattutto ora che è aumentata di almeno trent’anni l’età media della popolazione e cresce la richiesta di esami e cure, di assistenza personale. Mi chiedo: cos’è stato programmato per tutto questo”.
Scenario tutt’altro che rasserenante, quindi?
“I rimedi previsti dalle istituzioni sono assurdi: non puoi mettere sotto pressione gli operatori per eliminare le liste d’attesa. Serve un piano intelligente interforze. Si possono e si devono creare sinergia anche con i privati per sgravare la parte pubblica della sanità. In conclusione, non si può fare la guerra tra due settori oggi chiamati a collaborare per risolvere i tanti, troppi problemi”.
