di Massimo Lodi
Sbagli a destra (1): come non si deve perdere. Non si deve perdere abbandonandosi all’umor di scaricabarile: colpe buttate sugli inferiori allo scopo di salvaguardare i superiori (la Superiora). A tal criterio risponde il siluramento d’un ministro, un sottosegretario, un capo di gabinetto. Se avevano sbagliato, perché non intervenire prima? Se si sapeva di condotte equivoche, perché non approfondire e semmai sanzionare? Se la ragione moral/politica suggerisce un radicale “chi sbaglia, paga”, perché non punire chi, verdetto referendario alla mano, ha sbagliato più di tutti, cioè il titolare della Giustizia? Risposta sempliciona: mosse più pesanti di quelle by premier avrebbero comportato un rendez-vous parlamentare, con i rischi del caso. Magari portando alla chiusura del Meloni I e apertura del Meloni II, non sia mai che il record di durata a Chigi venga insidiato da un rimpasto (horribile dictu, la Prima Repubblica ne fu cattiva maestra). Dunque purghe, però circoscritte/mirate, buone a lanciare un messaggio pubblico di severità. Non altro. E difatti chi ancora ci potrebbe rimettere la ghirba, vedasi il soprintendente agl’Interni dopo il gossip che lo riguarda, può stare tranquillo. Resterà dov’è. Qualora non restasse, crollerebbe lui col resto della compagnia. Scherziamo? Intanto si pensa a come meglio affrontare il ritorno alle urne, primavera o autunno del ’27, stagione ancora da decidere. Cioè con quale legge elettorale, decisiva nell’assegnazione di seggi, formazione dell’esecutivo, equilibri a lungo termine. In base alla sua definizione, si stabilirà il patto tra sodali: alias, che destra in campo. Con o senza Vannacci, la disputa è questa. Al di là di liti (con Salvini), resistenze (da Tajani), dubbi (di Meloni) il generale futurista potrebbe servire alla futura causa. Così racconta l’ovvia-realistica strategia.
Sbagli a sinistra (2): come non si deve vincere. Non si deve vincere facendosi prender dall’umor di egemonia: fumi gettati tra partner e partner allo scopo d’eliminarsi a vicenda nella gara pro candidatura anti-Giorgia. Conte esige le primarie non riconoscendo il diritto di Schlein, leader del partito di maggioranza nella coalizione, a pretendere la naturale investitura al ruolo. Schlein obbligata a glissare: sono pronta alla partita. Cacicchi del Pd che stanno dalla parte del grillino pur di creare l’inciampo alla segretaria, rinnovando l’ingloriosa tradizione del partito. Opinion-leader attivi nel suggerire a Elly il passo di lato a favore di Giuseppi: dimostrerebbe saggezza. Ma quale saggezza? Rinuncerebbe a una sua prerogativa. E aiuterebbe nel confondere il popolo, specialmente il popolo dei giovani, che ha appena dato fiducia al campo largo. E parteciperebbe dell’insistere di quel sentimento di confusione/sconforto di cui da tempo è preda l’area progressista, osservando lo svanire dei suoi sforzi per dare affidabile rappresentatività alla voglia di rappresentanza. Le primarie possono costituire esercizio di democrazia, ma anche pratica deleteria. Oggi, a fronte d’una destra traversata da molti guai, l’imperativo sembrerebbe: stiamo uniti. Unitissimi. E allora, non dividiamoci, non dividetevi, nella cruenta sfida interna. Preludo d’un successivo riabbraccio al quale crederebbero molti meno di coloro che son disposti a credere alle chances di vittoria d’una entente radicata al punto da non aver bisogno d’accapigliarsi su chi la guiderà.
