di Massimo Lodi
Sbalordimenti. Sbalordimento 1) Trump fa marcia indietro su Groenlandia e dazi. Racconta una versione: merito dell’accomodante mood europeo, ispirato alla piuma, che carezza, lusinga, mitiga il Sor Maga, alla fine convintosi a esserlo un po’ meno. Racconta un’altra versione: a bullo, bullo e mezzo. Lui minaccia occupazioni militari e razzìa nelle terre rare, ci mette il carico maxitariffario se l’Europa ventila di mandar quattro simbolici gatti militari a fare da cartoon sull’isola; l’Europa sventola l’idea di vendicativi controdazi e il sussulto mercatale -chiamato deterrenza- esorta The Donald al revirement. Anzi, lo rende imperativo all’imperatore. Certo che in ben diverso modo si potrebbe giocare (siamo al poker da saloon, e mica da oggi) su un’area geopolitica da lasciare indipendente e tuttavia, nella sua convenienza e in quella Usa, da coinvolgere con pragmatica visione futurista in alleanza. Non in preda.
Sbalordimento 2) All’Americano First viene in mente di creare un Board of peace per Gaza. E per chissà che altro, domani. Cioè: vigor-pedata all’Onu; affermazione del principio che si possa creare un’atipica istituzione assolutistica dove comanda-si perpetua un insindacabile leader; infine, e naturaliter, obbligo al versamento di milionate di dollari da parte degli aderenti. Son subito perplessi inglesi, francesi, tedeschi, polacchi e corteo d’una qualche saggezza. L’Italia manifesta disponibilità, poi si trattiene, infine tergiversa. Mah, vedremo, la Costituzione ci obbliga a pensarci su. E per fortuna che abbiamo questa Costituzione, giudicata spesso un intralcio e invece utile a frenare pericolosi salti su carri dall’imprevedibile tenuta e dal percorso idem. Sarebbe opportuno, quando ci son di mezzo accordi internazionali (e non solo), prima riaprire la Costituzione poi semmai chiudere un patto. Qui da chiudere ci sono gli occhi, così da capire se, riaprendoli, siamo davvero nel reale oppure no. Dovrebbe sembrare di no, e invece/purtroppo pare di sì.
Sbalordimento 3) L’accordo Mercosur che favorirà il commercio dell’Europa con l’area latino-americana vien bocciato per una manciata di voti dal Palamento di Strasburgo. Se ne ignora la precisa ragione, a meno che il burocratico pollice verso non nasconda un veto ideologico; se ne capisce la conseguenza pratica, un rimarchevole danno alle nostre imprese. È l’ennesima sciocchezza che l’Ue infligge a sé stessa e, a latere, l’ennesima sciocchezza che i partiti italiani infliggono a noi (sì al progetto da Pd, Fdi, Forza Italia, no da Lega e M5S). Tanto più sciocchezze, l’una e l’altra, nel momento in cui siamo chiamati ad avere spirito continentale, fare blocco d’interessi, riunire le forze di singoli Paesi in una forza d’insieme. Ovvero ciò che proprio Trump, usando tal critica a sostegno delle sue prepotenze, ci rimprovera: d’essere dei mollaccioni, incapaci d’una dirittura di scelte e della relativa coerenza a realizzarle. Purtroppo, in presenza d’un Pil che qui e là cresce delle zero virgola, ci sarebbe voluto lo scatto comunitario senza retropensieri. Macché. Conclusione: l’Europa ha regole certe e democrazia solida. Non ha un capo certo. Autorevole, rispettato, carismatico: che metta fiducia/trasporto in chi gli è sodale e metta in soggezione/timore chi gli è avversario. Nome a caso? Nome non a caso: Draghi. Se fosse l’ex presidente Bce ed ex nostro premier a trattare col resto del mondo, il resto del mondo ci tratterebbe meglio. E Bruxelles non incorrerebbe nelle peggiori disavventure. Estendendole, a strascico, verso Roma.
