Nella retorica giornalistica si parla di “lunga striscia di sangue sulle strade” e di “stragi del sabato sera”. Nella realtà, una tragica realtà, si contano le vittime degli incidenti stradali di queste settimane e dell’ultimo weekend di giugno. Un’ecatombe, soprattutto di giovani. Le cronache sono impietose, riferiscono di incidenti dovuti a molteplici cause, dove l’imprudenza e, spesso, troppo spesso, l’inosservanza delle più basilari regole producono l’irreparabile. Anche i numeri sono impietosi: 43 vittime in poco più di 70 ore, metà sono motociclisti. In soli due fine settimane sono morte ben 61 persone. Dall’inizio dell’anno siamo a quota 600.
Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, sottolinea che “grazie al nuovo codice della strada ci sono stati più di cento morti in meno, però sono ancora troppi i ragazzi che non tornano a casa”. Ma non basta, servono soluzioni. Già questa settimana, annuncia sempre Salvini, sarà convocata una riunione con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, sul tema della sicurezza stradale. Chiosa il responsabile del dicastero dei Trasporti: “Voglio scrivere ai ragazzi, agli studenti e ai neopatentati, voglio raggiungerli nelle case e incontrarli nelle scuole. La vita è sacra ed è soltanto una”.
Una riunione, e poi? Si possono inasprire le sanzioni, aumentare i controlli, introdurre norme ancora più rigorose, soprattutto per quanto riguarda la guida in stato di ebrezza o dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. Già fatto, si dirà. Senza grandi risultati. C’è chi propone l’introduzione dell’educazione stradale nelle scuole, corsi dedicati a una questione che diventa sempre più pressante e che, appunto, riguarda in primis proprio le generazioni più giovani. E’ importante, fors’anche irrinunciabile, non c’è dubbio. Ma poi si torna sempre lì, al rispetto delle regole in una società che sembra aver dimenticato norme comportamentali minime, a tutti i livelli e in ogni circostanza. Un clima di indifferenza, di sciatteria, di maleducazione, se non, addirittura, di anarchia che si riflette anche sulle strade. Dove ci si sente invulnerabili, dove tutto è permesso. Persino irridere alla morte, come quel ragazzotto che, filmando col telefonino un incidente a Ceriale, in provincia di Savona, si divertiva commentando: “Questa qua è morta, bro…”. Riversando il tutto su Instagram, come fosse un gioco.
Il discorso si amplia, prende direzioni che portano dritte dritte al senso di solidarietà e di umanità verso gli altri. E alla perdita del senso della vita, del sistema valoriale e etico. Ci stiamo abituando a tutto, persino alla morte, di una o di migliaia di persone, come ci raccontano tutti i giorni giornali e televisioni. Al massimo, ascoltando la notizia di tre ragazzi che hanno perso la vita in un canale, dove sono precipitati con altri sei amici, tutti a bordo di una sola auto, ci attraversa un brivido, ma giustifichiamo subito con “siamo stati tutti giovani”. Come se l’essere giovani equivalesse a calpestare le regole. Ma per questo non bisogna nemmeno essere giovani.
PS. Soltanto oggi, 22 giugno, in provincia di Varese sono da registrare tre incidenti della strada con tre vittime, a Oggiona Santo Stefano, Luino e Cadegliano Viconago. Una strage nella strage.
