BUSTO ARSIZIO – Che ci sia un’emergenza in corso, che l’urgenza di intervenire dovrebbe essere da considerarsi da codice rosso, che «Non c’è più tempo», lo dimostrano i numeri. La popolazione carceraria in Italia conta all’incirca 63mila persone. Da inizio 2024 (6 mesi) i reclusi che si sono tolti la vita sono stati 45; l’ultimo a Novara: aveva 19 anni. A queste vite perse si devono sommare le vite salvate: sono stati più di 880 i tentativi di togliersi la vita da parte di detenuti sventati grazie all’intervento della Polizia Penitenziaria.
La dimensione dell’emergenza
Per dare la dimensione dell’emergenza, dell’urgenza di un intervento, basta una piccola speculazione. E’ come se in una città di media grandezza in sei mesi 45 persone si fossero tolte la vita mentre altri 880 cittadini avrebbero tentato di farlo. Se questo fosse accaduto avremmo certamente sindaco, amministrazione e opposizioni, compatti nel chiedere fondi per garantire quanto meno uno psichiatra per famiglia. Ma il carcere è qualcosa che noi vediamo come esterno alla società e, allora, più di tanto la società non si interroga, non sente l’urgenza.
Gli oratori
Oggi, mercoledì 26 giugno, la Camera Penale di Busto Arsizio tutti questi fatti li ha portati in piazza. Precisamente in piazza San Giovanni a Busto dove, nel corso di una maratona oratoria dal titolo “Fermare i suicidi in carcere-Non c’è più tempo” oltre 30 oratori tra avvocati, magistrati, presente il già giudice della Cassazione Toni Adet Novik, politici – c’erano Valentina Verga, consigliere comunale a Busto e vicepresidente della provincia di Varese e Orazio Tallarida, consigliere di maggioranza a Busto – ma anche chi nelle case circondariali opera, uno per tutti don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto e anima della cooperativa La Valle di Ezechiele, che si occupa del reinserimento lavorativo dei detenuti, c’erano l’attuale garante per i detenuti di Busto Pietro Roncari e l’ex garante Matteo Tosi e c’era anche chi, come Stefano Binda, in carcere ci è rimasto per tre anni accusato di aver ucciso 30 anni prima la giovane Lidia Macchi e poi assolto in via definitiva da ogni accusa che sull’utilizzo della carcerazione cautelare in Italia qualcosa da dire ce l’ha di sicuro. Si pensi che dei 45 suicidi registrati, 16 hanno coinvolto detenuti in custodia cautelare quindi costituzionalmente innocenti.
L’intervento del presidente Genoni
Ad aprire la maratona, inquadrando perfettamente la situazione è stato il presidente della Camera Penale di Busto Samuele Genoni che ha ricordato come «per la nostra tanto amata e tanto citata Costituzione la finalità della pena è riabilitativa – aggiungendo poi – che quel “buttiamo la chiave” che viene dalla pancia e che è stato ottimo carburante per una certa politica non serve». Non solo: è irrealizzabile. Perché la pena viene scontata e il recluso torna libero. Se rieducato, se reinserito nel mondo del lavoro, statistiche alla mano, tornerà a delinquere solo in percentuale millesimale. Al contrario se abbandonato a se stesso, in strutture sovraffollate (come la casa circondariale di Busto) con personale sotto organico (nell’area trattamentale del carcere di Busto il rapporto tra operatori e detenuti è di uno a 100, come ha ricordato l’avvocato Lorenzo Parachini, responsabile Osservatorio Carcere della Camera Penale di Busto Arsizio e membro dell’Osservatorio nazionale, l’ex detenuto avrà pochissima possibilità di scelta. A Genoni è spettato il compito di porre la madre di tutte le domande: «Quale tipo di persona, sottolineo persona, vogliamo che torni in libertà scontata la pena?». Senza tralasciare il fatto che, per mancanza di strutture, in carcere finiscono persone con problemi psichiatrici che non dovrebbero essere ristretti in una casa circondariale.
I diritti calpestati
Stefano Binda ha aggiunto qualche macigno sui diritti civili, lui che in carcere ci è stato per tre anni da innocente e che adesso sta lottando, il verbo non è casuale, per vedersi riconoscere un risarcimento per ingiusta detenzione: «Diritti civili che non vengono rispettati – ha detto – Noi siamo in Europa, non c’è la pena di morte. Ma il carcere in Italia oggi significa la morte civile, la morte lavorativa, famigliare e affettiva. E questo perché non si vuole rendere il carcere vivibile».
Il secondo appuntamento
Quello di oggi non è il solo impegno preso dalla Camera Penale bustocca per spingere sul problema. Il 28 giugno nella sede della cooperativa La Valle di Ezechiele a Fagnano Olona si terrà la tavola rotonda dal titolo “Morire di carcere. Sovraffollamento, dignità dei detenuti e e tutela dei diritti”. Il programma: dalle 17 alle 19.30 “Vivere il carcere. Voci da dentro”. Dalle 21 alle 22. 30 (con possibilità di cenare all’interno de La Valle di Ezechiele) “Carcere estrema ratio Carattere Rieducativo e risocializzante o punitivo? Problemi e iniziative”. L’evento sarà aperto dalla dottoressa Anna Bonanomi, presidente de La Valle di Ezechiele. L’evento sarà introdotto dal presidente della Camera Penale Samuele Genoni.
Modereranno l’incontro Roberto Aventi, responsabile scuola territoriale Busto Arsizio e Tiberio Massironi, componente scuola territoriale Busto Arsizio. Interverranno: il magistrato del tribunale di sorveglianza del tribunale di Varese Benedetta Rossi, Gianpaolo Catanzariti, responsabile Osservatorio Carcere Ucpi, Maria Pitaniello, direttrice del carcere di Busto Arsizio, Alessandro Alfieri (Pd), senatore della Repubblica, Lorenzo Parachini, componente Osservatorio Cracere Ucpi, l’onorevole Maria Chiara Gadda, don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio, il deputato Andrea Pellicini, Pietro Roncari, garante dei detenuti di Busto Arsizio, il consigliere regionale Emanuele Monti e Stefano Binda, ex custodito (assolto), presidente de La Valle di Ezechiele ODV.
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