Melon Trump, hai visto mai?

di Massimo Lodi

Vince il sovranista dei sovranisti, inutile negare l’innegabile. Trump rappresenta nazionalismo politico, salvaguardia economica, scudo alle paure. A cominciare da quella degl’immigrati. L’errore dei Democratici è stato di dargli corda su temi che meritavamo maggior sensibilità: l’allerta veniva dalle classi popolari ed è stata ignorata. Inoltre lo sciagurato errore di non preparare per tempo il cambio del fragilissimo Biden, costretto a farsi da parte in extremis e sostituito dalla sua vice Harris, tutt’altro che la migliore delle scelte.

Adesso l’intero scenario mondiale cambia. E circola allarme al di qua dell’Oceano su quanto farà l’uomo che comanda al di là. Se desse seguito solo ad alcune delle reboanti promesse (forti dazi sull’export europeo, stop alla guerra in Ucraina senza più chiacchiere di “pace giusta”, aumento delle spese militari imposto ai Paesi Nato) l’Europa si troverebbe in gravi ambasce. E priva di certezze circa la protezione dell’ombrello nucleare americano, fin qui tenuto amichevolmente spalancato. The Donald a parole ce l’ha con l’Ue, vedremo se con i fatti.

Due pensierini, a urne non tutte chiuse.

Il primo. Pur dotato di grandi poteri, il presidente Usa non è un padrone assoluto. La Costituzione americana prevede checks and balances, pesi e contrappesi, che limitano la sfera d’azione della Casa Bianca. È successo dalla fine del Settecento a oggi, succederà ancora. Il secondo. A livello economico/militare le convenienze prevalgono sulle ideologie, e dunque non è chimerico immaginare la mutazione in corso d’opera dei proponimenti trumpiani. Un bagno di realismo, che forse gli consiglierà l’alleato numero uno, quel Musk determinante nelle vittoriosa avventura elettorale e pronto ad avocarsi la guida del Doge (Department of Government Efficiency), il ministero dell’Efficienza.

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Massimo Lodi

Infine, si parva licet. Un’utile dritta può venire dall’Italia. Dalla piccola Italia della piccola Meloni. Che ha usato pragmatismo trasferendosi dal podio dei comizi allo scranno di Palazzo Chigi. Programma modificato, impegni elusi, aperture a sorpresa eccetera. Le necessità della governance han prevalso sugli eccessi della propaganda. Ecco, se una speranza resiste in quanti avrebbero preferito la vittoria della Harris, è che l’uomo del MAGA prenda esempio dall’ex underdog, la maghetta Giorgia. Semplificando con voluta esagerazione: una sorta di Melon Trump. A sua insaputa, forse/naturalmente. Ma a nostro beneficio. Ove per nostro s’intende un pronome che va oltre i confini della penisola e arriva fino a Bruxelles/Strasburgo. Chissà che dopo Il Trump1 di otto anni fa e il Trump2 di oggi non emerga un Trump3 di domani. La più antica democrazia della modernità ha l’autorevole saldezza (gli anticorpi?) d’evolversi spiazzando tutti, ma non rinnegando sé stessa.

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