Umberto Bossi, il “Capo” della Lega che ha rivoluzionato la politica italiana

VARESE – Umberto Bossi è la Lega. Ed è morto nel giorno della festa del Papà, lui che della Lega è stato il padre fondatore e che ha cresciuto generazioni di leghisti come se fossero i propri figli. Quasi cinquant’anni di politica con il sogno dell’autonomia del Nord – declinato prima come indipendenza della Padania, poi come devolution e federalismo – e un ruolo determinante nel segnare la storia dell’Italia insieme a Silvio Berlusconi. Umberto Bossi è un’icona che ha stravolto le liturgie della “Prima Repubblica” e lasciato immagini simboliche – dalla canottiera al “celodurismo”, dal dito medio all’ampolla del “Dio Po” – che rimarranno per sempre nell’immaginario collettivo.

Tutto nasce nel febbraio del 1979: il 38enne Umberto Bossi è in università a Pavia e nota un volantino del partito autonomista Union Valdotaine, così decide di incontrare il suo leader Bruno Salvadori. Bossi s’innamora del principio autonomista, lascia gli studi di medicina e si dedica alla politica.

Solo tre anni dopo comparirà il primo foglio Lombardia Autonomista, preludio alla fondazione della Lega Autonomista Lombarda, sancita il 12 aprile del 1984 nello studio del notaio Franca Bellorini a Varese. Con l’Umberto ci sono la moglie Manuela Marrone, il carrozziere Pierangelo Brivio, l’architetto Giuseppe Leoni e gli amici Emilio Sogliaghi e Marino Moroni.

Un anno dopo il neonato movimento si presenta per la prima volta alle elezioni. A Varese la Lega ottiene 2.531 voti, pari al 2,42%, e guadagna il primo seggio per Giuseppe Leoni. Memorabile il suo primo discorso di insediamento, pronunciato interamente in dialetto. Nel 1986 arrivano altri eletti in consiglio comunale, tra cui il fedelissimo Francesco Speroni (ad Albizzate e Samarate) e nel 1987 proprio Bossi entra per la prima volta in Parlamento, eletto al Senato – da lì diventa per tutti “il Senatùr“, mentre lascia il suo posto alla Camera a Leoni. È la svolta. I “terroni”, le tasse, il centralismo romano, la Cassa del Mezzogiorno, i mafiosi al soggiorno obbligato, sono le prime battaglie ideologiche.

Nel 1990 si avvicina alla Lega il professor Gianfranco Miglio, comasco e già preside della facoltà di scienze politiche alla Cattolica: diventa l’ideologo del movimento, che in quell’anno per la prima volta, il 20 maggio, celebra il raduno di Pontida. «Bossi parlava a dirotto, andando giù di grosso, spostandosi lungo il palco come una star del rock, una volta attizzando le file sulla sinistra, una volta sporgendosi sino al contatto con la folla che gli stava di faccia. Fanatizzava la gente e ne era fanatizzato» scriveva Guido Vergani su Repubblica di quel primo raduno davanti a 5-6000 persone. Pochi giorni prima, alle elezioni amministrative, la Lega Lombarda aveva eletto il suo primo sindaco, Franco Bortolotti a Cene, nella Bergamasca.

Nel 1991 Bossi fa fare alla sua creatura il salto di qualità, riunendo sotto un unico simbolo – Lega Nord, con lo spadone dell’Alberto da Giussano – i vari movimenti territoriali delle regioni settentrionali, dalla Liga Veneta all’Union Ligure. Poi ci pensa Tangentopoli a far decollare la Lega di Bossi. Alle elezioni del 1992, nel pieno dell’inchiesta Mani Pulite della Procura di Milano, il Carroccio sfonda alle urne, arrivando a superare l’8% nazionale, quarto partito dopo DC, PDS e PSI. La macchina della propaganda messa a punto da Bossi – tra manifesti e slogan provocatori (“Roma ladrona” o “Lumbard paga e tas“, fino al leggendario “noi della Lega ce l’abbiamo duro”) e scritte sui muri e sui cavalcavia delle autostrade – travolge una classe politica messa in crisi dalla pioggia di avvisi di garanzia (come le monetine a Craxi all’hotel Raphael). La Lega cavalca il malcontento popolare arrivando a portare un cappio in Parlamento per sostenere il clima forcaiolo di quel periodo.

Il 1993 è l’anno della consacrazione: con il “Pentapartito” in disfacimento, le elezioni amministrative al Nord rappresentano la prima grande affermazione della Lega di Bossi. Raimondo Fassa, scelto personalmente dal Capo, diventa il primo sindaco leghista di Varese, ma ancora con la vecchia legge elettorale che lo costringe ad accordarsi con il Pds di Daniele Marantelli e il Pri di Piergianni Biancheri per mettere i campo “la giunta degli uomini di buona volontà”, che vede Roberto Maroni assessore all’urbanistica. A novembre, con la nuova elezione diretta dei sindaci con ballottaggio, la Lega è inarrestabile. Si prende Milano, con il sindaco Marco Formentini, ma anche Busto Arsizio (Gianfranco Tosi) e Gallarate (Angelo Luini) oltre alla provincia di Varese (Massimo Ferrario) e a numerosi altri enti locali.

Il novembre del ’93 segna anche il celebre e controverso endorsement di Silvio Berlusconi per Gianfranco Fini del MSI nella corsa a sindaco di Roma, preludio alla discesa in campo del Cavaliere. Bossi fiuta l’occasione e gioca su più tavoli: dopo aver mandato in avanscoperta Bobo Maroni per siglare un accordo con Mario Segni e il PPI di Martinazzoli, decide di allearsi con Berlusconi solo al Nord, facendo incetta di collegi uninominali per i propri candidati con il vessillo del Polo delle Libertà, mentre al Sud Forza Italia si apparenta con il MSI-Alleanza Nazionale. Alle elezioni del 27-28 marzo è un trionfo: la Lega Nord, con l’8,36% nazionale, diventa il primo gruppo politico alla Camera con 117 seggi e il più nutrito del centrodestra al Senato con 60 seggi. Un capolavoro politico di Bossi, che accetta di formare il primo governo Berlusconi con cinque ministri della Lega (tra cui Maroni agli interni e Speroni alle riforme istituzionali) e la presidenza della Camera per Irene Pivetti. Sono mesi burrascosi, in cui la canottiera bianca con cui Umberto Bossi incontra Berlusconi nella sua villa Certosa in Sardegna diventa il manifesto politico di un leader popolare.

La rottura con il Cavaliere è uno dei passaggi più clamorosi della politica italiana di quegli anni. Bossi accusa l’alleato di voler ridimensionare le richieste autonomiste e fa cadere il governo: «Con Berlusconi abbiamo chiuso». E con i voti della Lega forma il primo governo tecnico, guidato da Lamberto Dini, accordandosi con il Pds di Massimo D’Alema e il Ppi di Rocco Buttiglione. Il “patto delle sardine”: i tre erano nella residenza romana del Senatùr, che offrì agli ospiti quello che aveva nel frigorifero, sardine in scatola, pancarrè, birra e Coca-Cola. Il “ribaltone” spacca la Lega e lo stesso Maroni dissente dalla linea spregiudicata di Bossi pur non prendendo parte alla scissione. Già con l’ideologo Gianfranco Miglio, escluso dal governo, era stata rottura: «È una scoreggia nello spazio» lo definì Bossi.

Il Senatùr è ormai figura centrale della politica italiana. Per distinguersi accentua la spinta secessionista: s’inventa il Parlamento del Nord e la Padania, di cui proclama a Pontida la Costituzione. Alle elezioni politiche del ’96 sceglie di correre da solo e spariglia con la celebre serata a Porta a Porta in cui fa il terzo incomodo di fronte ai due competitor Berlusconi e Prodi attaccando “Roma-Polo e Roma-Ulivo”. Un’intuizione che paga: la Lega supera il 10% e al Nord riesce a conquistare ben 39 collegi uninominali facendo perdere il centrodestra di Silvio Berlusconi. Il 15 settembre proclama l’indipendenza della Padania con la storica manifestazione iniziata a Pian del Re sul Monviso riempiendo l’ampolla e conclusa a Venezia in piazza dei Sette Martiri ammainando il tricolore e facendo sventolare il Sole delle Alpi.

Sono gli anni delle Camicie Verdi, della perquisizione in via Bellerio con Maroni che viene travolto e finisce in ospedale, delle provocazioni (“Il tricolore lo uso soltanto per pulirmi il culo” disse Bossi), delle avventure editoriali (La Padania, TelePadania e Radio Padania Libera). Fino al ritorno con Berlusconi, alla vigilia delle Regionali del 2000, che riapre alla Lega le porte del ritorno al governo. Nel 2001 la Casa delle Libertà di Berlusconi sfiora il 50% alla Camera. Il Carroccio scende al 4% e con 30 deputati e 17 senatori deve accontentarsi di tre ministri. Stavolta però è lo stesso Umberto Bossi a entrare nel secondo governo Berlusconi (insieme a Maroni al welfare e Castelli alla giustizia) con la missione di portare a casa la “devolution”. Cambiano anche i temi e i toni: il Senatùr dà il nome alla legge sull’immigrazione Bossi-Fini e a Porta a Porta duetta con Mino Reitano sulle note di “Tu vuo’ fa’ l’americano”.

Nel 2004, nella notte dell’11 marzo, il Senatùr viene colpito dall’ictus cerebrale ed è costretto a lasciare la poltrona di ministro a Roberto Calderoli. Nonostante la convalescenza, si candida come capolista alle elezioni europee di giugno incassando 285mila preferenze ma solo nel marzo del 2005 torna a farsi vedere in pubblico. A Castagnola, nella casa dell’esilio di Carlo Cattaneo: ci sono Maroni e Castelli ma anche il ministro Giulio Tremonti, la pasionaria Rosi Mauro e il suo “gemello” politico della Lega dei Ticinesi Giuliano Bignasca. È un Bossi limitato nei movimenti, che però non perde la grinta. Ritorna a Pontida, guida la campagna per il referendum costituzionale sulla “devolution” del 2006, in cui il Sì ha la meglio solo in Lombardia e in Veneto e si ferma al 38% nazionale, e rinsalda il legame politico e personale con Silvio Berlusconi, che nel 2008 rivince le elezioni e riporta l’Umberto al suo ruolo di ministro delle riforme e Maroni al Viminale. La Lega torna a crescere e alle europee del 2009 sfonda di nuovo il muro del 10%, fino a diventare sempre più determinante dopo la rottura tra Berlusconi e Fini.

Ma l’ascesa del “cerchio magico” del Capo, che nel 2010 porta all’elezione di Renzo Bossi, “il Trota”, al Pirellone, acuisce le tensioni interne, fino alla celebre “notte delle scope” di Bergamo del 2012. Nel mezzo dello scandalo sui fondi del partito gestiti dal tesoriere Belsito, il Senatùr cede la segreteria a Maroni e viene riconosciuto presidente federale a vita al congresso di Assago. Non è più la Lega di Bossi: i successori Maroni e Salvini gli riconoscono l’autorevolezza del padre fondatore e gli confermano il seggio parlamentare ma l’Umberto non incide più sulle scelte del movimento.

Le sue apparizioni – sigaro toscano e Coca-Cola, l’urlo “Padania” a cui il popolo leghista risponde “Libera”, il braccio di ferro e il gesto del pugno – si fanno meno assidue, ma Bossi si fa sentire e punge quando serve. Più volte viene accostato a progetti scissionisti – ci prova il Grande Nord del suo delfino Marco Reguzzoni e poi il Comitato del Nord di Paolo Grimoldi – ma l’Umberto non lascerà mai la sua Lega.

È morto Umberto Bossi, il Senatur che fondò la Lega e diede voce al Nord

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