La campagna elettorale per le elezioni comunali del 2027 a Varese incomincia già a farsi vedere.
Dopo quattro anni di relativa calma e di silenzi, i partiti tornano a muoversi. Si cercano alleanze, si valutano candidature e si individuano i possibili “cavalli vincenti” sui quali scommettere. Inizia, insomma, la consueta campagna acquisti politica.
Le forze che si definiscono più aperte e democratiche convocano incontri, tavoli e momenti di confronto. Arrivano e-mail e inviti a partecipare. Ai cittadini si chiede di portare idee, proposte e visioni per la Varese del futuro.
È positivo che la politica torni ad ascoltare la città. Ma perché questo ascolto diventa così intenso soltanto quando si avvicinano le elezioni?
Il rischio è che non si tratti dell’inizio di una vera stagione di partecipazione, ma soltanto della raccolta del consenso e di suggerimenti utili a costruire i programmi elettorali.
Restano infatti al palo gli strumenti capaci di trasformare la partecipazione in un potere concreto e continuativo.
Non si parla quasi più di bilancio partecipato, nonostante sia previsto dalla regolamentazione comunale. Non si parla di referendum cittadini, di consultazioni popolari realmente accessibili o di organismi civici capaci di incidere sulle decisioni.
Si invita il cittadino a parlare, ma molto meno a decidere.
Eppure il crescente astensionismo dovrebbe preoccupare tutte le forze politiche. Alle elezioni comunali del 2021, al primo turno, votarono a Varese 33.537 cittadini su 65.851 aventi diritto: il 50,93%. Quasi un elettore su due rimase quindi a casa. Al ballottaggio la partecipazione scese ulteriormente al 48,36%, con 31.844 votanti. Alle precedenti comunali l’affluenza al primo turno era stata del 55,89%.
Sono dati che non possono essere liquidati come semplice disinteresse. Forse una parte dei cittadini non partecipa più al voto anche perché ha la sensazione di non poter incidere realmente sulle decisioni della città.
Chiedere una partecipazione vera alle scelte politiche e amministrative potrebbe essere uno dei modi per ricostruire fiducia nelle istituzioni e riavvicinare le persone anche alle urne. Quando il cittadino vede che una sua proposta può essere discussa, votata, finanziata e realizzata, è più facile che torni a sentirsi parte della comunità politica.
Questa è la differenza tra la partecipazione come metodo di governo e la partecipazione come strumento elettorale. Nel primo caso i cittadini vengono coinvolti durante tutto il mandato, possono avanzare proposte, controllare gli impegni e concorrere alla scelta delle priorità. Nel secondo vengono ascoltati prima delle elezioni e poi ricondotti al ruolo di spettatori.
La sensazione è che i partiti stiano preparando le squadre e scegliendo i giocatori da mandare in campo. Ai cittadini rischia di rimanere ancora una volta il compito di assistere alla partita dalla tribuna e scegliere, alla fine, quale squadra sostenere.
Ma una città non è uno stadio e la democrazia non può ridursi a una partita giocata una volta ogni cinque anni.
Se i partiti credono davvero nella partecipazione, dovrebbero assumere almeno tre impegni precisi: attivare ogni anno il bilancio partecipato, rafforzare il ruolo dei Consigli di quartiere e rendere concretamente utilizzabili gli strumenti di consultazione e referendum.
Dovrebbero inoltre spiegare quali proposte raccolte durante gli incontri vengono accolte, quali vengono respinte e per quali ragioni. Senza una restituzione pubblica, il confronto rischia di diventare soltanto una raccolta gratuita di idee.
La vera sfida del 2027 non dovrebbe essere soltanto scegliere il candidato più competitivo o la coalizione più forte. Dovrebbe essere cambiare il rapporto tra politica, amministrazione e cittadinanza.
Varese non ha bisogno soltanto di nuovi giocatori, ma di nuove regole del gioco, nelle quali i cittadini possano partecipare non solo alla scelta della squadra, ma anche alle decisioni che riguardano la città.
Altrimenti assisteremo ancora allo stesso copione: prima delle elezioni tutti chiamano, ascoltano e promettono. Dopo le elezioni, la partita torna nelle mani di pochi e ai cittadini resta il posto in tribuna.
Michele Todisco
(Cittadino e operatore culturale e associativo)
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