VARESE – Lo si vede ancora in città, ma sono solo parentesi: per chiudere le ultime cose, espletare gli ultimi incontri. Monsignor Luigi Panighetti però è ormai immerso nella sua nuova vita milanese alla guida della parrocchia di San Nicola in Dergano. E domani, domenica 14 settembre, celebrerà la messa delle 10.30 in Basilica. Eucarestia che sancirà anche il saluto ufficiale alla città. Dopo 9 anni. E dal settembre 2015, quando Monsignor Panighetti arrivò, a oggi Varese e i varesini sono cambiati.
Settembre 2015. Qual è stata la prima immagine di Varese che ancora oggi si porta nel cuore?
«La ricordo bene poiché è anche l’ultima che porterò sempre con me. Varese, una bella città tra valli e monti con tanto verde. Quando sono arrivato nove anni fa non la conoscevo, ma mi è subito piaciuta. È stata una bellissima scoperta».
E i varesini?
«Devono carburare all’inizio di un rapporto umano. Il detto popolare non è solo un modo di dire. All’inizio sono un po’ “freddini”, ma poi si rivelano persone disponibili, generose e solidali».
Nove anni e una pandemia. Possiamo dire due epoche: quella prima e quella dopo il Covid. Com’è cambiata Varese dal suo punto di vista?
«Quando sono arrivato percepivo nell’aria la nostalgia dei tempi d’oro della città e dei grandi industriali con le loro industrie. Ne dico una per fare un esempio che va anche oltre il mondo del lavoro: penso alla Ignis che ha legato il nome anche alla Pallacanestro. Ecco, in questi nove anni quella nostalgia si è affievolita e ho notato il tentativo di rilanciare la città. Sensazione viva anche adesso. Ora però la sfida è come cambiare Varese, anche in considerazione del fatto che abbiamo perso due anni per il Covid. Periodo duro, buio e pieno di tragedie e lutti».
Quale potrebbe essere la via secondo lei?
«Ho notato che la presenza, in aumento, del turismo può essere un’importante risorsa culturale ed economica. Un settore che sta decollando e che va sostenuto. In città, ma anche nel circondario. Sacro Monte, Castiglione Olona, Santa Caterina del Sasso, le prime cose che mi vengono in mente. Quante cose belle abbiamo».
Ha citato tre luoghi legati in maniera indissolubile anche alla fede. Accanto ai “filoni” del turismo sportivo, naturalistico, Varese può contare anche su quello religioso?
«Alla mente mi sono subito venute alcune punte di diamante della città e vicine alla città. Varese però può offrire sicuramente itinerari e percorsi turistici a chi viene qui da visitatore. Penso anche alla Basilica di San Vittore, al Battistero, ma anche a Sant’Antonio da Padova della Brunella che prima del Covid registrava, ogni anno, un buon numero di fedeli anche da fuori provincia e regione. E poi a Sant’Antonio Abate e al suo aspetto religioso e sociale».
Torniamo agli uomini. Monsignore, non possiamo negare che sono anni complicati sia sotto il profilo economico, ma anche dei mutamenti sociali. Come rispondono i varesini alle difficoltà contingenti?
«Devo dire che la dimensione solidale in città ha tenuto, tiene e spero che continui a essere decisiva. Vero, sono cambiate molte cose: sono aumentate le presenze degli stranieri e anche le situazioni lavorative sono mutate. Il mio non è un giudizio, sia chiaro, ma la constatazione di un dato di fatto: ci sono ancora aree sociali di debolezza. Ora non saprei fare una valutazione, ma credo che queste debolezze sociali siano aumentate rispetto al passato».
L’aumento delle presenze straniere sta modificando anche la società varesina. Qui a Varese possiamo parlare dell’esistenza di punti di contatto e percorsi di integrazione tra culture differenti, oppure i mondi diversi sono ancora distanti?
«In città ci sono molte comunità straniere e in alcuni casi che professano una fede diversa. A livello generale però credo ci sia un rispetto reciproco. Con il mondo islamico, se vogliamo parlare di espressioni di fedi differenti, è stato instaurato un dialogo anche ben accolto».
Quanto è stato importante il rapporto, la collaborazione con il mondo del volontariato e quanto ha pesato (in positivo) l’opera delle associazioni? Ma soprattutto, nel contesto di cambiamento, l’associazionismo ha mantenuto la sua forza?
«Le difficoltà non si possono nascondere, però il volontariato varesino e la rete educativa delle nostre comunità tengono e continuano a svolgere un ruolo fondamentale. Certo, il prezzo da pagare è più alto e a volte si fa più fatica. Però, l’impegno e la volontà di fare restano. Ed è questo che conta».
Spazio ai sentimenti. Monsignore, cosa le mancherà di più di Varese?
«I rapporti umani. E tra questi, quelli con le autorità civili che ho trovato molto positivi. E poi i passaggi che caratterizzano le varie parrocchie. Penso alla festività di Sant’Antonio, alla Patronale o alla festa di Casbeno».
Chiudiamo con un messaggio ai varesini e uno al suo successore don Gabriele Gioia. Cosa vuol dire?
«I varesini li ringrazio e auguro loro ogni forma di progresso umana e spirituale. A don Gabriele auspico di trovarsi tra un po’ nella mia stessa situazione, ovvero quando sarà il momento di bilancio che possa avere tante cose positive da portare con sé nel prosieguo del suo sacerdozio».
Con “La Passione” Varese saluta il prevosto monsignor Luigi Panighetti
