Il ritorno di Tecla Insolia: il premio David incanta Varese con il film di Sara Petraglia

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Tecla Insolia, Sara Petraglia e Diego Pisati

VARESE – «Sono affezionata a questo luogo e sono felicissima di essere tornata, alcuni dei miei parenti vivono ancora qui. Non che non sia successo anche a Piombino, ma è bellissimo vedere così tante persone qui stasera». Così Tecla Insolia, David di Donatello per la serie tv “L’arte della gioia” che a Varese ha trascorso i suoi primi sei mesi di vita, ha salutato ieri, giovedì 17 luglio, il pubblico accorso alla proiezione di “L’albero” di Sara Petraglia, regista alla sua prima volta – «mi avevano parlato dei Giardini Estensi, sono bellissimi» – nella città. E, come sottolineato dal sindaco Davide Galimberti, è stata «sintomatica» la calorosa accoglienza riservata loro dagli spettatori della proiezione di Esterno Notte.

Davide Galimberti con Pisati, Insolia e Petraglia

«Hanno portato il film a più di metà»

Nella serata introdotta da Gabriele Ciglia dell’associazione Filmstudio 90 il giornalista Diego Pisati ha dialogato con Insolia e Petraglia ripercorrendo la genesi del film, e in particolare come sono state scelte le due protagoniste: «In base ai provini, dove già è emersa la loro bravura – ha spiegato la regista – il film si regge su di loro, l’hanno portato a più di metà. Ho avuto la fortuna di poterle “acchiappare” proprio quando per Carlotta Gamba stavano terminando le riprese di “Dostoevskij” e per Tecla quelle di “L’arte della gioia”. Nel film “L’albero” le cose non sono troppo semplici, non si capisce bene cosa succede. Non ci sono adulti e parla di chi, a vent’anni, attua uno strappo con la propria provenienza: in questo caso di tratta di due ragazze che si sono allontanate dalla protezione dei genitori, prendendo quello che serviva. Un momento della vita che può essere molto doloroso; ma quel modo di vivere non torna più. E ti può mancare, anche se è stato un periodo difficile».

Innamorarsi del proprio personaggio

«Sono contenta così, le cose che ho fatto mi stanno viziando», ha osservato Insolia, Nastro d’argento sempre per “L’arte della gioia”, già vincitrice di Sanremo Young e premio “Lucio Dalla” ed “Enzo Jannacci” per “8 marzo” al Festival del 2020. «Se ami ciò che stai facendo, questo si “spalma” su chi guarda il film. È quando le cose sono chiarissime che ti devi fermare lì e riflettere», ha osservato l’attrice riguardo alla consapevolezza raggiunta con la recitazione, che le permette di passare con facilità dal pianto al riso: «È così, quando ti innamori del personaggio che interpreti puoi utilizzare queste cose. Vi assicuro che quello che succede è vero, vorrei che durasse per tutta la vita. Sono sorte tante diatribe intorno alle figure di queste due ragazze amanti, amiche e cocainomani. Ma in una delle scene tutta la troupe si è commossa, significa che siamo arrivate a tutti».
“L’arte della gioia” e “L’albero” sono state per l’attrice due esperienze estreme, ma diverse: la serie tv, «legata a una grande produzione, è stata come un lungo viaggio, ero così fuori da me stessa. Mi sono successe così tante cose belle, ma sono rimaste bloccate in quello momento meraviglioso. Nel caso del film, è come se avessi vissuto una magia, quella di trovarmi con persone che mi sembrava di conoscere da tempo. E sapevo che ce ne era concesso poco, che saremmo stati insieme solo per quattro settimane: questo mi ha acceso qualcosa e mi fa sentire “L’albero” più vicino».

Un momento piccolissimo e scivoloso nella vita di due persone

«“L’albero” – ha spiegato Petraglia – fotografa un momento piccolissimo nella vita di due persone, meno di un mese. Un momento “scivoloso”, in cui l’abuso può diventare dipendenza e l’amicizia amore. Non è un film sulla cocaina – ha sottolineato la regista, convinta della sua essenzialità – e credo che sia anche un privilegio essere così tristi. Anche noi eravamo nichilisti, esistenzialisti: essere così incentrati su sé stessi è anche una posa, una recita di sé meravigliosa. Bianca ha un ego strabordante e ambiguo ma è una tristezza di cui non aver paura, quando è così teatrale e porta a scrivere». «Sono coscienti di questa tristezza viva – così la difesa di Isolia delle protagoniste – bisogna andare un po’ più a fondo nelle cose: c’è un disagio di fondo, se c’è una tristezza».

Droghe e rapporto tossico

Come ha ricordato Petraglia, «inizialmente pensavo a un finale un po’ più grigio, riprendendo come se Bianca e Angelica ci fossero e non ci fossero, per dire che quel tempo non sarebbe tornato più. Ma è meglio un rapporto aperto verso il futuro, credo sia più bello; altrimenti sarebbe stato un esercizio di stile. Penso che tutto si trovi già nella sceneggiatura: se è scritta bene, giri bene; se invece fosse scritta male, non saprei cosa fare. “L’albero” non vuole insegnare ma raccontare la storia d’amore, e amicizia, di due amiche che vivono momenti difficili della loro vita e li superano. I ragazzi, gli adolescenti che l’hanno visto erano più attenti al loro rapporto tossico che alle droghe». A questo riguardo, ha aggiunto Insolia, «ascolto tutti i giorni “Heroin” di Lou Reed ma non mi nascono desideri a riguardo, né penso che li induca la visione del film. Vedo invece un grande senso di disperazione: siamo circondati dallo schifo, da persone che bruciamo e muoiono. Se un film provoca anche un solo pensiero ben venga, perché queste cose salvano».

Premio David a Varese, Tecla Insolia e Sara Petraglia presentano “L’albero”

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