Varese, ultimo stadio

50 milioni di euro di investimento, 50 milioni di ragioni per metterci mano dopo anni di parole e una domanda: appurato che il Città di Varese necessita di una stadio che si possa dire tale, “la città di Varese ha davvero bisogno di una nuova struttura sportiva che potrebbe rivelarsi un “non luogo” (l’ennesimo anche nel panorama della nostra provincia) più commerciale che sportivo?”.

Se di mezzo non ci fosse uno stadio che ha fatto un pezzo di storia del calcio, ma anche del ciclismo, l’intera questione verrebbe affrontata, al netto delle emozioni, con maggior lucidità e senza quella patina di malinconia che si forma quando mentalmente si sovrappone il passato glorioso al presente polveroso.

Certo, il Franco Ossola di questi tempi, soprattutto quando è vuoto e senza nessuno in campo che gioca, assomiglia davvero a un’impianto da “terzo mondo”. E per consolarsi non basta pensare al Varese di Borghi e Anastasi, alla Juventus, al Milan e all’Inter che hanno calcato questo prato. Se poi ci si posiziona in mezzo al campo e con la vista si spazia a 360 gradi, senza alzare gli occhi al cielo, i gradoni di cemento armato restituiscono una sensazione di decadenza amplificata: pare di essere ovunque, ma non a Masnago. Non a Varese. Con la vista bisogna arrampicarsi fin in cima al Sacro Monte per tornare a respirare il bello. E qui sta il secondo problema.

Il Franco Ossola non sorge in un posto qualunque, dove ci puoi fare uno stadio qualunque. Il Franco Ossola si trova esattamente in un cannocchiale ottico unico al mondo per bellezza del contesto ambientale. Quella che da molto lontano, per chi non lo conosce, assomiglia a una grossa sbucciatura su un ginocchio, dal centrocampo dello stadio Masnago è un presepe a grandezza naturale, più vicino al divino di chi, più in basso sta alle sue pendici e può goderne la meraviglia. Per questo, lasciarlo lì così com’è, grigio, triste e in eterna agonia, è certamente  uno sfregio. Ma anche rinnovarlo, anzi stravolgerlo seguendo i canoni della contemporaneità dove il calcio diventa un accessorio al business commerciale potrebbe (forse) far tornare i conti degli investitori, ma non quelli di chi sceglie Varese per la qualità della vita, potrebbe essere una macchia che, a risultato fatto, non si potrà cancellare sfregando con la gomma.

Un bel dilemma questo oscillare di ragioni che, bene o male, ha accompagnato tutti coloro che nel corso degli ultimi anni hanno balenato l’idea di mettere mano al Franco Ossola. Ora però c’è una realtà che fa di nuovo sognare. Aurora (il nome promette l’inizio di una splendida giornata e quindi è ben augurale), la società che ha chiaro in testa il Franco Ossola 4.0. Non un semplice stadio, ma un aggregatore di sinergie. Una novità per Varese che da qualche tempo vede una serie di rendering, ma non per il mondo del calcio. Dal Mapei Stadium (lo stadio di Reggio Emilia e del Sassuolo calcio) allo Stadium della Juventus, questa è ormai la direzione che molte società intraprendono. O comunque l’idea è quella di creare un polo aggregativo dove il calcio è solo una fetta (in molti casi nemmeno la più grande) della torta del business.

E qui torniamo alla domanda dell’incipit. In attesa che il Varese torni a giocare in categorie più nobili, e si capisca chi metterà (e come rientrerà) la valanga di euro, la città di Varese ha bisogno di costruire sulle ceneri di un luogo, calcisticamente sacro e che ha creato aggregazione e storia un nonluogo che ha la prerogativa di non essere identitario, relazionale e storico?

Non è che si voglia passare per Cassandre, ma la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni e quindi l’ipotesi di avere (quando bisogna rientrare dall’investimento) un’aggregazione di sinergie che poi si tramuta in una concentrazione di ristoranti finto etnici e in una sfilza di negozi in franchising non è così peregrina. Senza contare quale impatto avrà sul quartiere di Masnago, commercialmente (e sportivamente) già ben messo.

E se la strada da percorrere fosse quella meno roboante e scintillante e che prevede una seria, ma meno onerosa, riqualificazione dell’impianto capace di scrostare l’attuale desolazione, restituire modernità alla struttura mantenendo intatti i profili storici e architettonici del glorioso Franco Ossola? Certo mancherebbero i ristorantini dentro il sedime dello stadio. Ma a due passi ci sono sempre il Mc, la Baita o la Botte per un post partita ristoratore.

varese stadio progetto – MALPENSA24

 

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