Affari sporchi e veleni sotterranei: le mani delle cosche tra Novara e il Verbano

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Oltre ottanta carabinieri con elicotteri e unità cinofile hanno operato questa mattina all'alba

VERBANIA – Non è un romanzo criminale ma la cruda realtà investigativa che emerge tra i laghi e le colline piemontesi. L’operazione Terre Pulite, scattata all’alba di giovedì 23 luglio per mano dei Carabinieri di Verbania e guidata dalla DDA di Torino, mette a nudo l’ennesimo capitolo del profondo e radicato insediamento della ‘ndrangheta nel Nord Italia.

L’ordinanza di custodia cautelare in carcere ha raggiunto 8 persone, riportando sotto i riflettori un fenomeno troppo spesso considerato estraneo a queste latitudini: le proiezioni operative delle cosche calabresi nei tessuti economici locali.

Il ponte tra la Calabria e il Nord

A muovere i fili, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, un cinquantenne residente a Meina, nel Novarese.

È lui il perno dell’indagine, collegato a doppio filo con i vertici storici della criminalità organizzata calabrese, in particolare con il locale dei “Morabito-Palamara-Bruzzaniti” e con contesti contigui agli “Iamonte”.

Un profilo che sul territorio agiva da vero e proprio referente, imponendo le regole del metodo mafioso: intimidazioni, clima di omertà e la pretesa di risolvere qualsiasi controversia attraverso la pressione dell’appartenenza criminale.

Il business dei veleni sottoterra

Tra i reati contestati spiccano quelli ambientali, vera e propria gallina dalle uova d’oro della criminalità organizzata.

Il sistema era consolidato ed estremamente redditizio: una discarica abusiva a cielo aperto allestita in un’area industriale di Paruzzaro (NO). Qui finivano tonnellate di materiale di scarto proveniente dai cantieri edili delle province di Novara e Verbania.

I Carabinieri hanno documentato lo smaltimento illecito di oltre 12mila tonnellate di rifiuti inerti e più di 500 tonnellate di terre da scavo contaminate da idrocarburi e sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene come gli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici).

Il meccanismo garantiva un lucroso “doppio profitto”: i cantieri risparmiavano fino al 50% sui costi ufficiali di smaltimento, e la stessa terra inquinata veniva poi rivenduta ad altri acquirenti come materiale inerte di reimpiego.

Naturalmente senza alcuna analisi chimica e sotto la copertura di Formulari Identificativi dei Rifiuti (FIR) falsificati.

Un giro d’affari che ha fruttato centinaia di migliaia di euro in nero, schivando anche l’Ecotassa regionale.

La galassia societaria e i flussi verso la Svizzera

L’inchiesta rivela una struttura finanziaria sofisticata. Le società operative sul campo — intestate formale a prestanome ma gestite dal principale indagato — facevano confluire le proprie risorse verso una Holding con sede legale a Milano, anch’essa schermata da teste di legno.

Da qui i capitali, completamente lavati, venivano reindirizzati verso conti correnti in Svizzera, completando il circuito del riciclaggio.

Estorsioni e usura nel tessuto economico locale

Accanto al traffico di veleni, l’organizzazione applicava il metodo mafioso sul tessuto economico locale.

Emblematico il caso di un imprenditore novarese.

L’uomo è stato costretto, sotto minaccia, ad accollarsi i debiti personali per 1,3 milioni di euro  di uno degli indagati per acquistare una villa di lusso con piscina.

E lo stesso imprenditore è stato costretto ad inserire un tecnico finanziario di fiducia delle cosche nel cda aziendale.

Non mancava poi l’usura, come nel caso di un ristoratore dell’Aronese stritolato da un prestito con tassi al 34% in appena sei mesi.

Il blitz e le misure cautelari

L’operazione ha visto in campo 80 militari dell’Arma supportati dal Nucleo Cinofili, dal 2° Nucleo Elicotteri e dallo specializzato 32° Reggimento Genio Guastatori dell’Esercito per la ricerca di armi nascoste.

Il Gip del Tribunale di Torino ha disposto il sequestro preventivo di 4 società e dell’intera area di Paruzzaro, mentre gli indagati sono in carcere a Verbania, Torino, Novara, Vercelli e Biella.

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