di Andrea Minchella
VISTO
BUEN CAMINO, di Gennaro Nunziante (Italia 2025, 90 min.).
L’invasione di Checco Zalone continua a generare milioni di euro. Record che raggiungono cifre inimmaginabili, se riferite ad un film italiano, vengono giornalmente infranti. La gente va al cinema quasi investita da un rituale collettivo in cui, come davanti ad uno specchio, si vede riflessa in un’epoca e in un paese simpaticamente alla deriva. Ridiamo, poco, di una banalizzazione della banalità. Riflettiamo, poco, della semplificazione della mediocrità. Ma i più attenti certamente non possono non notare una sorta di battuta d’arresto di un autore che negli anni si è distinto per aver raccontato con originalità e dissacrazione l’Italia moderna.
“Buen Camino”, infatti, sembra un agglomerato di “sketch” piuttosto che un film fluido e puntuale. Luca Medici, insieme al bravo Gennaro Nunziante, pare non riesca più a concentrare in due ore comicità e analisi, seppur spicciole, che si amalgamo armoniosamente per restituirci un racconto intenso, surreale, semplice e divertente. I film precedenti di Zalone, sempre diretti da Nunziante, riuscivano ad intrattenere con intelligenza un pubblico che nella comicità cerca sempre un rifugio sicuro dalle difficoltà della vita quotidiana. Con “Tolo Tolo” Luca Medici aveva realizzato un intenso racconto su uno di quei temi, l’immigrazione di massa nel nostro paese, che determinano la vita e le scelte di un popolo intero. Il film, seppur pieno di comicità e situazioni surreali, riusciva a fare luce con leggerezza su un fenomeno carico di dolore e di violenza. Il viaggio del protagonista che dall’Africa si dirige in un’Italia carica di opportunità e di speranze, per le migliaia di persone che si muovono dal loro paese in cerca di una vita migliore, diventava una liturgia laica in grado di stigmatizzare la durezza di un’esperienza tanto difficile quanto pericolosa. Le battute e l’ingenuità sciocca del protagonista addolcivano con intelligente metodica una riflessione più ampia e più sincera.
“Buen Camino”, invece, si focalizza sul rapporto padre- figlia fermandosi agli stereotipi ancestrali, spesso al centro di innumerevoli commedie, senza sforzarsi di mostrarci un punto di vista inedito e suggestivo. Il film si muove tra “gag” e situazioni che vengono cucite, una dopo l’altra, come in un percorso discontinuo privo di un flusso narrativo e drammaturgico che avrebbe potuto, e dovuto, tenere unito un racconto di due ore. L’ostentazione cafona e becera della ricchezza facile e piovuta addosso, e la percezione dell’apparenza come mantra collettivo di una società allo sbando culturale e sociale diventano qui i due cardini centrali a cui è ancorato l’intero film. E la differenza con le opere precedenti si nota. Questo non ha però fermato orde gigantesche di persone che si riversano nelle migliaia di sale che propongono all’unisono questa pellicola.
Il nuovo “Avatar” e “Buen Camino”, infatti, hanno letteralmente invaso i cinema di tutt’Italia, facendo faticare altre pellicole interessanti a trovare una sala in cui essere proiettati. Un colpo di stato vero e proprio che se da una parte fa bene al cinema (perché gli incassi danno la possibilità alle case di produzione di produrre altri film), dall’altra polarizza l’intrattenimento solo su due scelte che non hanno, in questo caso, rispettato le aspettative. Sul nuovo film di Luca Medici si era creata ovviamente un’attesa incontenibile. E probabilmente lo stesso Zalone non ha saputo trasformare quella pressione in una pellicola equilibrata e fresca come le precedenti.
Come cantava Vasco Rossi in quella canzone in cui diceva che se bevi la Coca Cola sai cosa stai bevendo, se vai a vedere un film di Checco Zalone sai cosa ti aspetta, ma non certamente un groviglio disordinato e slegato di “gag”, “sketch” e battute che appiattiscono il flusso argomentativo e stilistico di un lavoro più ampio e strutturato come dovrebbe essere un film. Peccato.
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RIVISTO
IL GRANDE BOTTO, di Leone Pompucci (Italia 2000, 95 min.).
Un’interessante riflessione sull’amicizia e sui complicati rapporti umani. Una favola moderna in cui un gruppo di persone, che si considerano amici, vengono messe alla prova da una vincita milionaria alla lotteria.
Una scrittura intelligente e incalzante di Gennaro Nunziante (qui anche attore) in una pellicola diretta da Leone Pompucci in cui ogni attore fornisce al progetto un pezzo unico e insostituibile di sé stesso al servizio di un’opera piccola ma capace di stigmatizzare l’essenza vera dei rapporti tra esseri umani. Da riscoprire.
