di Andrea Minchella
VISTO
ANIMAL KINGDOM, di Jonathan Lisco (Stati Uniti 2016-2022, 75 x 50 min. Netflix).
Monicelli, forse, non avrebbe potuto fare meglio. La famiglia diventa il luogo peggiore in cui essere umano può capitare. Questa idea è alla base del film australiano “Animal Kingdom” del 2010 scritto e diretto da David Michod. Da quel film inquietante e violento è stata sviluppata la serie omonima che vale la pena recuperare su Netflix. Lo stesso Michod ha partecipato alla realizzazione di questa produzione che vanta ben sette stagioni e che, partendo dal cuore della pellicola di quindici anni fa, ci restituisce un’angosciante, claustrofobica e pericolosa immagine di una famiglia criminale totalmente ancorata ad una struttura matriarcale che, come nel mondo animale, non fa sconti a nessuno utilizzando metodi e pratiche che a noi “umani” sembrano disumani, appunto. Qui, però, a differenza delle dinamiche che esistono nella natura più selvaggia (istinto di sopravvivenza, difesa del territorio) la cifra drammaturgica che caratterizza la famiglia dei Cody è il crimine in tutte le sue forme. Crimine come unico modo per sopravvivere e per dimostrare alla comunità la forza e il potere della famiglia stessa.
“Animal Kingdom”, a differenza del racconto australiano del 2010, si svolge in una San Diego rilassante, per il mare e i surfisti, e nevrotica per gli affari e i crimini gestiti dalla famiglia allargata dei Cody. A capo del nutrito ed eterogeneo nucleo famigliare c’è la spietata e iperprotettiva Janine. Lei decide i colpi da fare, i ruoli all’interno del gruppo, le azioni da intraprendere per vendicarsi o per rimarcare il ruolo primario che i Cody devono avere negli affari illegali tra le strade della città californiana.
Janine ha una casa enorme in cui fa vivere, a volte costretti a volte persuasi, i suoi quattro figli tutti intenti a seguire le direttive implacabili della madre. Janine, che è il centro pulsante di tutta l’architettura drammaturgica della serie, è interpretata magistralmente da una Ellen Barkin che dopo diversi anni di assenza dagli schermi ritorna in un ruolo che sembra essere stato realizzato appositamente per i suoi lineamenti duri e per il suo carisma imponente e monolitico.
La Barkin, che non lesina atteggiamenti caricaturali che rendono quasi barocca il personaggio che interpreta con un’intensità unica, si mette sulle spalle tutta la tensione narrativa dei numerosi episodi che compongono la lunga produzione. Le vite dei quattro figli, e del nipote Joshua, vengono continuamente manipolate da Janine che pur di rimanere in sella al suo ruolo è disposta a prendere qualsiasi decisone, anche dolorosa e distante da ciò che immaginiamo possa appartenere ad una madre.
La serie è ben strutturata grazie ad una scrittura fresca e dinamica. Le vicende dei figli si intrecciano con misura al flusso centrale della serie. La bravura degli attori, a partire dal bravo Shawm Hatosy (che in certi momenti pare essere un vero orango che si muove nella foresta) trasforma l’intera produzione in un avvincente e suggestivo ritratto di famiglia. I drammi, le sconfitte, le invidie, vengono anestetizzati tutti sotto la predominanza affettiva e protettiva della irremovibile Janine. Ogni personaggio che vuole staccarsi dal nido in cui è nato e cresciuto deve fare i conti con un cordone ombelicale che non è mai stato tagliato e che, anzi, è continuamente alimentato dalle azioni criminose decise da Janine, e portate avanti dai figli.
“Animal Kingdom” seppur non un vero capolavoro, riesce tuttavia a incuriosire lo spettatore che rischia di focalizzarsi su tutta la serie divorando un episodio dopo l’altro perché all’interno della macro vicenda si sviluppano, e vengono sapientemente governate dagli autori, tante piccole vicende che si intersecano tra loro lasciando il flusso centrale degli eventi predominante e totalizzante.
Meno efficace, forse, la parte dei flash back in cu la giovane Janine compie i primi passi verso una strada del crimine che presto diventerà la sua unica modalità di vivere. Le parti del passato, anche se ben inserite nella narrazione presente, rallentano inevitabilmente un ritmo serrato e coinvolgente caratteristico di tutta la produzione.
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RIVISTO
FOUR BROTHERS- QUATTRO FRATELLI, di John Singleton (Four Brothers, Stati Uniti 2005, 109 min.).
Un Singleton magistrale per una storia familiare in cui vendetta, crimine e orgoglio si miscelano dando vita ad una pellicola memorabile in cui Mark Wahlberg da dimostrazione di essere un camaleontico e capace attore. Quattro fratelli, diversi tra loro, dovranno trovare la strada giusta per vendicare l’assassinio della loro madre adottiva.
