di Andrea Minchella
VISTO
IL FIGLIO DEL DESERTO, di Gilles de Maistre (L’Enfant du Desert, Francia 2026, 92 min.).
Epico. Biblico. Primordiale. Prevedibile, forse, ma anche carico di suggestione coerente e di dolcezza equilibrata. Gilles de Maistre trona sullo schermo con un ennesimo racconto “di formazione” in cui il rapporto uomo/natura diventa l’architrave portante di una storia iconografica che caratterizza ogni pellicola dell’autore francese.
“Il Figlio del Deserto” è un racconto chiaro e coraggioso perché non cerca il consenso del pubblico mascherandosi da qualcosa che non è. Se andiamo a vedere un film di de Maistre sappiamo benissimo a cosa assisteremo perché le intenzioni drammaturgiche e grammaticali del regista sono palesi sin dall’inizio, da quando addirittura cominciano a circolare i primi “trailers” della sua ultima fatica.
Questo film è realizzato sapientemente. Tutti gli elementi sono curati con estrema grazia ed intelligente professionalità. La musica, il montaggio, la sceneggiatura diventano funzionali alla storia che ci viene raccontata. Il bambino ed il branco di struzzi che lo adottano fanno parte di una vicenda grandiosa che affonda le sue radici nell’archetipo della fiaba antica in cui un ragazzo deve affrontare svariate difficoltà per maturare e diventare adulto. Non solo. De Maistre raccoglie i cocci cinematografici da film del passato per ricomporli con garbo in una storia universale di amicizia, crescita e consapevolezza di sé in relazione al mondo in cui si vive. Hadara diventa presto l’alter ego di ogni spettatore che cerca quotidianamente il più piccolo ma preziosissimo contatto con la natura che ci sovrasta ma che apparentemente sta in disparte e in silenzio. Hadara è il bambino che siamo stati o che vorremmo essere stati. Hadara è la speranza che un giorno il mondo possa riconnettersi con la natura da cui tutto proviene e in cui tutto si conclude. La prevedibilità della storia si amalgama perfettamente ad una “banale” visione della vita di cui tutti, però, abbiamo un gigantesco bisogno. De Maistre racconta la semplicità e l’essenzialità di alcuni gesti che abbiamo dimenticato ma che sono la materia prima della nostra permanenza sulla terra.
La storia è avvincente ma diventa per il regista un pretesto per mettere in scena una serie di immagini avvolgenti di un deserto carico di vita e grondante di speranza. Gli animali che si muovono disinvolti sullo schermo non sono creati o mossi dal computer, ma sono reali e “recitano” grazie ad addestratori sul set che impartiscono “battute” e “comandi” come farebbero con attori veri. Il risultato è potente e fluido ed è sufficiente per giustificare la visione del film.
De Maistre, dunque, pesca con raffinatezza da “Il Libro della Giungla”, “La Storia Infinita” o “Il Ragazzo Selvaggio” di Truffaut per rafforzare una vicenda universale che ha riempito pagine di libri e metri di pellicola grazie alla presenza di archetipi e miti che stanno alla base dell’umanità e del suo progresso. Il regista non aggiunge nulla di nuovo, forse, ma si concentra sulla realizzazione verosimile e sincera grazie agli attori che interpretano Hadara (a due anni e a sei anni) e agli animali che apportano un prezioso e insostituibile contributo per la buona realizzazione del film. Ci facciamo cullare per un’ora e mezza nella tranquillità e nel silenzio terapeutico di un liquido amniotico che solo pochi registi sono in grado di ricreare sul grande schermo. A volte non c’è bisogno di esasperazione o di eccesso. A volte basta la semplicità per poter meglio veicolare una piccola ma preziosa storia.
Dunque “Il Ragazzo del Deserto” può sembrare un film scontato, a tratti stucchevole. Forse, ma la qualità di realizzazione è elevata perché si poggia sulla semplicità intesa come elemento narrativo prezioso e non come limite drammaturgico o sostanziale. Come in cucina, dico, è più difficile cucinare un buon piatto di pasta al pomodoro, che un sofisticato e difficilissimo piatto di alta cucina rischiando, a volte, di deludere le aspettative più basilari della maggior parte dei clienti. Molto interessante.
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RIVISTO
IL RAGAZZO SELVAGGIO, di Francois Truffaut (L’enfant Sauvage, Francia 1970, 83 min.).
L’antropologia e la poesia si fondono in un capolavoro unico e prezioso di Truffaut. Un ragazzo vissuto nella natura più selvaggia e impietosa viene studiato e analizzato da un medico francese, dando vita alle prime e fondamentali basi della moderna pedagogia. Una pietra miliare.
