di Andrea Minchella
VISTO
MARIA, di Pablo Larrain (Cile- Italia- Germania 2024, 124 min.).
Sin dalle prime immagini l’impressione è stata subito di inspiegabile delusione. Il volto e il corpo di Angelina Jolie mi sono sembrati solo i più evidenti elementi di un progetto che mi è parso ambizioso ma clamorosamente sbagliato. Ma il pregiudizio dei primi minuti si è lentamente disciolto. Più mi addentravo nella casa parigina della “Divina”, più comprendevo le lucide e inequivocabili intenzioni del regista cileno. Più mi immergevo nella mente fragile della donna che stregò il mondo intero con la sua voce, più sentivo sulla mia pelle le sensazioni malinconiche e sofferenti di una nostalgia ossessiva e tossica che ha avvolto gli ultimi anni di vita della cantante greca.
Pablo Larrain prende in mano la vita di un’altra icona del novecento, dopo Jacqueline Kennedy e Diana Spencer, per analizzare le zone più nascoste di un’anima travagliata ed estremamente fragile. Smonta l’icona e il mito e ricostruisce, grazie ad un’interpretazione davvero centrata e profonda della Jolie, l’esile anima di una donna che ha cantato l’amore e che dall’amore è stata tragicamente travolta. Maria Callas viene attraversata da una luce nuova che ne risalta tutte quelle sfumature che i giornali e i filmati dell’epoca non riuscivano ovviamente a catturare. Larrain entra nella mente della cantante e ci restituisce senza sconti la sensazione claustrofobica e ossessiva di una donna ormai incapace di vivere ma desiderosa di rivivere anche solo per un istante la magia dell’amore puro e l’ebrezza dell’arte divina.
Il regista sud americano lega indissolubilmente il personaggio al centro del suo racconto alla casa in cui vive, che diventa riparo ma anche prigione. Come per Jackie fu la Casa Bianca e per Diana fu la tenuta reale in cui trascorse il Natale del 1991, in “Maria” il gigantesco e barocco appartamento parigino diventa un prolungamento fisico della Callas che lo abita e nel quale ritrova infiniti feticci e impolverati cimeli che le ricordano costantemente quanto breve sia stata la sua carriera e quanto interminabile sia la sua vita attuale, incastrata tra brevi passeggiate con la fedele governante, sessioni di canto inefficaci e interminabili visioni in cui il reale si mischia con la fantasia di un passato lontano e che non tornerà più.
“Maria” è una pellicola ben fatta perché aderente allo stato d’animo della protagonista. La luce è rara e la musica, sublime, viene continuamente sporcata da una voce che non c’è più e da un mondo, ormai, completamente cambiato. La vita professionale e privata della cantante greca degli anni cinquanta e sessanta non esiste più se non in alcune vecchie foto o incisa su impolverati e gracchianti vinili. La morte dell’anima ha già invaso il vasto e labirintico appartamento in cui la cantante si è rinchiusa. Sembra la cronaca di una morte annunciata l’esistenza parigina di Maria Callas. Sembra una vera tragedia greca in cui i sentimenti diventano i protagonisti assoluti delle vite degli uomini.
L’ingombrante presenza di Angelina Jolie sbiadisce ogni altro elemento del film. A partire dagli attori che interpretano i suoi collaboratori, unici compagni rimasti accanto. Favino e Rohrwacher faticano a prendersi uno spazio definito in un racconto in cui dilagano Maria Callas, la sua memoria e il suo vetusto appartamento.
Più che una ipotetica trilogia di Larrain mi sembra di intravedere un sottile filo conduttore che dal suo “primo” “Jackie” arriva direttamente a questo “”Maria” nei quali il regista cileno racconta due personaggi che hanno molto in comune e le cui esistenze sono martoriate in nome di un amore impossibile che non riusciranno mai a vivere completamente. Jackie e Maria sono vittime romantiche di una supremazia sentimentale ancora in mano agli uomini di potere.
“Maria”, dunque, non aggiunge nulla di nuovo che non si sapesse sulla cantante, ma sicuramente amalgama in un unico filo narrativo i fatti, le sensazioni, le visioni, i rancori e le lacrime di un’anima fragile che ha saputo far innamorare il mondo intero ma che troppo presto è stata dimenticata ed abbandonata.
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RIVISTO
CALLAS FOREVER, di Franco Zeffirelli (Italia- Francia- Spagna- Regno Unito- Romania 2002, 110 min.).
Zeffirelli confeziona un racconto “bucolico” sugli ultimi anni di vita della cantante più famosa del mondo. Il regista, che l’ha conosciuta nella sua intimità, decide di fermarsi in superfice restituendoci la diva che tutti hanno conosciuto, senza addentrarsi più di tanto nelle zone d’ombra, tantissime, che hanno invaso gli ultimi anni della vita della Callas. Pittoresco, teatrale, un po’ datato, ma certamente da rivedere. Ardant epica.
