di Andrea Minchella
MONSTER- LA STORIA DI ED GEIN, di Ryan Murphy e Ian Brennan (Monster: The Ed Gein Story, Stati Uniti 2024, 8 x 45/59 min. Netflix).
L’eclettico Ryan Murphy, dopo aver esplorato la mente di Jeffrey Dahmer, nel non perfettamente riuscito “Dahmer”, e dopo aver cristallizzato egregiamente la tragica e assurda vicenda dei fratelli Menendez, nel clamoroso “La Storia di Lyle ed Erik Menendez”, approda alla figura emblematica e quasi leggendaria del mostro “per eccellenza” Ed Gein.
Con la terza stagione di “Monster” il bravo autore statunitense costruisce una perfetta e iconografica produzione che indaga con ossessiva e minuziosa metodica, ma senza dare giudizi inutili e convenzionali, una delle figure più complesse e affascinanti del crimine americano del secolo scorso. Ed Gein, con le sue velleità e i suoi numerosi omicidi, diventa nel giro di poco tempo il capostipite di una lunga e tragica scia che l’America è stata costretta a conoscere e, non sempre con buoni risultati, a combattere. I serial killer che hanno spaventato gli americani dagli anni sessanta fino a qualche anno fa hanno tutti, in parte o quasi completamente, fatto i conti con Ed Gein e con la sua metodologia barocca e psicotica di “modellare” i corpi delle sue vittime. Il feticcio e la trasformazione, che immergono i loro paradigmi nella malattia mentale di un uomo pacato della provincia americana degli anni cinquanta, diventano epica drammaturgica per l’industria cinematografica dei successivi settant’anni e si trasformano ben presto in spunti, più o meno estetici, per i killer che, dopo Ed Gein, si ritrovarono quasi costretti ad uccidere per assopire le loro pulsioni deviate più profonde.
La serie prodotta da Netflix si può idealmente dividere in due parti. La prima parte, che ripercorre in maniera forse troppo didascalica la vita monotona ma profondamente turbata di Ed, si snoda attorno ad un’esistenza fatta di frustrazioni represse e desideri inesauditi e tra i meandri più nascosti di una possessiva e morbosa relazione con la madre Augusta che del credo religioso ne faceva una sorta di dottrina repressiva e annientante. Ed, che si occupava della fattoria di famiglia, capirà ben presto che l’apparente e riservata tranquillità che gli viene concessa a casa è solamente un fragile coperchio alle sue pulsioni più nascoste e dirompenti. Il suo disorientamento sessuale viene anestetizzato dalle punizioni, anche corporali, che la madre gli propinava quasi giornalmente. Ed, che sembrava un normale ragazzo di provincia, non appena si ritroverà solo, a causa della morte della madre (il padre era morto anni prima per problemi legati anche alla sua dipendenza con l’alcol) e del fratello (su cui si sospetterà in seguito proprio del fratello Ed) incomincerà a farsi travolgere dalle sue pulsioni trasformando la piccola cittadina di Plainfield, in Wisconsin, in uno degli scenari più tetri e angusti dell’America criminale.
Gein incominciò a placare i suoi istinti trafugando corpi e resti nel vicino cimitero. Quelle salme diventavano oggetti inermi per soddisfare la sua animalesca e brutale tendenza necrofila. Non solo. La pelle di quei morti, e delle vittime che Ed sarà costretto a mietere per aumentare il suo senso di inconsapevole onnipotenza, diventeranno una fonte macabra per legittimare la sua volontà di apparire come una donna. Una metodica mostruosa che innesta le sue radici in una discrepanza mentale dirompente e patologica.
La seconda parte della serie trasforma il terzo capitolo di “Monster” in un inedito e raggelante ritratto delle conseguenze drammaturgiche che la vita di Ed Gein ebbe nella cultura di massa e, soprattutto, nel cinema. La sua vita divenne presto lo spunto, poco celato, del romanzo “Psycho” di Robert Bloch che Alfred Hitchcock trasformò in un caposaldo del cinema moderno. La doppia vita di Norman Bates diventa flusso ancestrale di tutte le devianze più nascoste di ogni individuo. Tra gli altri spunti che il cinema ha saputo cogliere scandagliando quasi morbosamente la vita di Ed Gein c’è fra tutti il capolavoro di Jonathan Demme che con “Il Silenzio degli Innocenti”, tratto dal romanzo di Richard Harris, terrorizzò per sempre un’intera generazione.
Questa serie, dunque, va vista per capire quanto un evento così raccapricciante e devastante abbia potuto influenzare in maniera tanto evidente la fantasia collettiva di una società sempre e comunque irrimediabilmente attratta dalle devianze e dalle oscurità più macabre che possono annidarsi in ogni essere umano.
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RIVISTO
TRUMAN CAPOTE- SANGUE FREDDO, di Bennett Miller (Capote, Canada- Stati Uniti 2005, 114 min.).
Seymour Hoffman premiato con l’Oscar grazie ad una interpretazione magistrale dell’autore di “Colazione da Tiffany” che decise di incentrare quello che sarà il suo ultimo lavoro letterario sul massacro di Holcomb dei Clutter. Con cinismo e freddezza Truman Capote dedicherà sei anni ad indagare la mente dei due assassini che sterminarono un’intera famiglia. Storia spietata perfettamente raccontata in un film strepitoso.
