di Andrea Minchella
VISTO
LE ASSAGGIATRICI, di Silvio Soldini (Italia- Belgio- Svizzera 2025, 100 min.).
Già il romanzo di Rosella Postorino del 2018 aveva suscitato un inedito interesse visto la peculiarità di una scrittrice italiana di raccontare una storia “straniera” e fortemente legata alle ossessioni del Fùhrer ormai in procinto di essere sconfitto. Ora il film di Silvio Soldini, che cerca di trasferire sullo schermo la vicenda di Margot Wòlk da cui la scrittrice calabrese ha preso spunto per il suo libro, si presenta come una pellicola europea, di ampio respiro, che travalica i confini della grammatica cinematografica italiana per meglio rappresentare uno dei tanti tragici effetti collaterali della follia nazista. Il bravo regista milanese trasforma un fatto della “Prussia orientale” dei primi anni quaranta in un dramma collettivo ed universale che riguarda tutti quelli che hanno dovuto subire le conseguenze di dittature e autarchie fondate sul potere assoluto e sull’idea della propria superiorità rispetto al resto del mondo.
Silvio Soldini, attento e maniacale regista, trasferisce tutta la sua esperienza in una storia sì universale ma principalmente connotata in una Germania in declino ostaggio del regime di Hitler che stava perdendo su tutti i fronti. Ormai rifugiato nella “Tana del Lupo” (siamo nel 1943), Adolf Hitler guida la Germania con l’ossessione, giustificata, di poter essere ucciso proprio da uno dei suoi collaboratori. Anche il cibo che gli veniva cucinato e servito poteva nascondere una minaccia. Vennero così prelevate dai paesi vicini l’immensa foresta in cui sorgeva il bunker sette ragazze tedesche che assaggiassero il cibo prima che venisse servito al Fuhrer. Le ragazze saranno costrette a stringere legami di amicizia per addolcire una convivenza forzata che avrebbe potuto terminare con una morte violenta dovuta all’avvelenamento del cibo per Hitler.
La pellicola è potente, silenziosa e buia. Solo gli squarci delle giornate di sole in cui le ragazze fanno una pausa tra il pranzo e la cena danno ossigeno ad una narrazione angusta e claustrofobica in cui si avverte la tensione a cui la protagonista, Rosa Sauer, è sottoposta insieme alle sue compagne di viaggio. Soldini riesce quasi completamente a trasmettere un senso di torpore emotivo che inondava tutte le vittime, anche quelle involontarie, di una follia collettiva che ormai aveva preso il sopravvento su Hitler e i suoi collaboratori. La musica firmata da Mauro Pagani intensifica e porta all’esasperazione un senso di frustrazione passiva che lo spettatore avverte fin dalle prime inquadrature. Pur con uno stile scarno e pulito, il flusso della vicenda scuote inevitabilmente il pubblico chiamato ad assistere ad una tortura silenziosa di cui non si seppe nulla fin quando nel 2012 la novantacinquenne Margot Wòlk, che nel film ha le sembianze della protagonista Rosa Sauer, dichiarò pubblicamente di essere stata reclutata, insieme ad altre ragazze, come assaggiatrice di Hitler.
La scelta di attori tedeschi, molti dei quali provenienti da serie tv di successo targate Netflix, rende il buon lavoro di Silvio Soldini un film europeo a tutti gli effetti, capace di raccontare con stile una storia tedesca, europea, universale.
Qualche sbavatura narrativa e alcune forzature alimentate da stereotipi legate alla figura del soldato nazista sbiadiscono impercettibilmente un lavoro di ottima qualità che si presenta come necessario e capace di essere proiettato in qualsiasi parte del mondo senza rischiare di apparire limitato nello stile, nella lingua o nella poetica narrativa.
Soldini, a differenza della Postorino, rimane più in superfice senza addentrarsi nelle mille sfaccettature dei personaggi cercando di restituire la drammaticità della situazione nella sua interezza che le protagoniste erano costrette a vivere. Per un approfondimento più intimista e dettagliato dei caratteri presenti nella storia, è consigliabile la lettura di un romanzo tanto commovente quanto particolareggiato, preciso e verosimile che fissa per sempre la tragicità e la follia che la storia ha saputo rovesciare su intere popolazioni.
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RIVISTO
LAND OF MINE, di Martin Zanvliet (Under Sandet, Danimarca- Germania 2015, 100 min.).
Un crudo, asciutto e potente ritratto della vendetta declinata alla necessità militare. Un gruppo di prigionieri tedeschi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, viene utilizzato dai soldati danesi come sminatori di tutte le mine piazzate durante la guerra in Danimarca. Il grande interrogativo di chi sia il cattivo, nella storia, diventa forza dirompente narrativa per un piccolo film che non può passare inosservato. Tremendo.
