“Una dittatura, una scelta unilaterale, soprattutto di potere”. Juan Ayuso prima del via dell’10a tappa della Vuelta non usa giri di parole e carica contro la decisione della Uae di pubblicare il comunicato stampa con cui lunedì è stato annunciato il divorzio a fine stagione. E ora in è tutti contro tutti. Ayuso, Uae, Gianetti, Matxin, Lombardi: una lotta per non venire sommersi dal maleodorante mare di fango in cui la squadra, il corridore e il suo manager, si sono cacciati.
Tra mille bugie
La separazione tra Ayuso, 23 Vanni tra pochi giorni, e Uae è stata firmata prima del via della Vuelta ma doveva restare segreta. Perché? Non c’è un motivo, forse solamente perché sperare nella chiarezza e onestà è troppo. Meglio l’inganno, prendere in giro il pubblico, i tifosi. Ma anche prendere in giro sè stessi. Così prende vita un teatrino penoso che doveva restare sommerso da una fitta coltre di bugie, con i protagonisti pronti a giurare il falso in ogni modo. Ma nel piccolo mondo del ciclismo, dove tutti si sentono furbi, i segreti non durano molto. Questa volta a fare saltare il tappo forse è stato il comportamento in corsa di Ayuso. Il ragazzo dicono che abbia talento, ma è bizzoso per usare un eufemismo. Sembra un Balotelli del ciclismo. Anche qui, un giorno si stacca, l’altro stravince, l’altro si stacca di nuovo. Corre per conto suo, lontano da ogni logica. Anzi, seguendone una: “Ayuso è qui solo per preparare il Mondiale. Fa la sua corsa e arriverà a Madrid”, aveva confidato a Limone Piemonte il manager, Giovanni Lombardi.

Toccato il limite
Il comportamento del corridore evidentemente, però, ha toccato il limite a Valdezcaray dove, come spesso accade, si era rialzato senza dare il minimo aiuto ad Almeida che a fine tappa si è lamentato. Dai vertici politici del team, dagli Emirati, arriva così l’ordine di far esplodere il caso. Viene reso pubblico il comunicato scritto due settimane fa.
Le parole del corridore
Questa mattina la replica di Ayuso davanti a microfoni e telecamere e i responsabili della comunicazione del team. La prima frase è stata: “La verità è che mi hanno tolto un peso dallo stomaco. Sono contento di annunciare la separazione e che si sappia cosa ho passato negli ultimi mesi. È stata una preparazione difficile della Vuelta”. Poi una virata, uno scatto: “Non sono d’accordo con il comunicato della squadra. È uscito alle 7 di sera e mi hanno avvisato mezz’ora prima. Eravamo d’accordo che fosse reso pubblico a fine Vuelta per non danneggiare il team però è stato fatto uscire prima per danneggiare la mia immagine. Parlano di valori e di unione, sono d’accordo, però hanno approfittato delle parole di Almeida. Questo compagno mi ha chiesto scusa e ha capito quello che è successo a Valdezcaray. Non c’è stata una mancanza di aiuto”. Poi il botto: “È stata una mancanza di rispetto, una dietro l’altra da parte della direzione della squadra e così è difficile l’unione e l’integrazione. Per rispetto dei miei compagni voglio terminare la Vuelta”. Normalmente, in qualsiasi ambiente lavorativo, questo sarebbe impossibile essendo venuto a mancare il rapporto fiduciario necessario. Ora la palla tocca alla Uae, ma la logica vorrebbe che la Vuelta di Ayuso finisse qui. Anzi, non sarebbe dovuto neppure partire. Parlare ora di bene della squadra è ipocrisia. Che il Mondiale lo prepari da un’altra parte. Ma torniamo al punto fondamentale, siamo nel ciclismo…
È stata una mancanza di rispetto, una dietro l’altra da parte della direzione della squadra
Il contratto
Ayuso era legato al tema emiratino da un contratto valevole fino al 2028 e con una clausola di rescissione illogica: 100 milioni di euro. Contratto che era stato firmato a suo tempo dal corridore assistito dal padre. Ma le cose non erano mai andate davvero bene. Ayuso si sente un fenomeno, non ha mai nascosto di non sentirsi inferiore a nessuno, nemmeno a Pogacar. Forte di questo ego lui ha sempre detto che non avrebbe fatto il gregario di nessuno. Le cose sono precipitate lo scorso anno al Tour, con lo spagnolo che dopo poche tappe e tanti capricci ha fatto le valigie con la scusa di non sentirsi bene. La squadra, per vendetta, non gli fece correre la Vuelta.

La via d’uscita
Nell’inverno il corridore aveva cercato una via d’uscita che pareva impossibile da trovare. Per questo ha deciso di chiedere aiuto a Lombardi, manager tra l’altro di Viviani, Ganna, Sobrero, Narvaez, Mas e molti altri corridori. Un manager esperto e astuto, spesso sul filo del rasoio. Lombardi inizia la trattativa che porta alla svolta. Dall’altra parte, per il team, sono seduti Mauro Gianetti, il General manager, e Jotxean Fernandez “Matxin”, il team manager. I due fanno coppia fissa da molti anni. Erano stati cacciati dal ciclismo per i numerosi casi di doping, con la Uae sono diventati i boss del gruppo e i paladini del nuovo ciclismo. Credibili? No.
La corsa
Nel frattempo si è anche corso. Vittoria di tappa di Jay Vine, guarda caso della Uae che festeggia il 4° successo parziale, e Jonas Vingegaard che torna in maglia rossa. L’anno prossimo Ayuso correrà all Lidl-Trek dove approda, guarda caso, anche Matteo Sobrero. Che per la squadra di Luca Guercilena sia un affare è tutto da dimostrare.
LA 10a tappa – Arrivo e classifiche
Le ombre di Mauro Gianetti, team manager Uae
