Ikurriña, la bandiera dei Paesi Baschi, e della Palestina. Tante, tantissime. E sono quest’ultime, immagine della protesta contro Israele per il genocidio in atto a Gaza, che vincono l’11a tappa della Vuelta a España. La giuria ha infatti stabilito che la corsa venisse fermata a 3 km dal traguardo, senza un ordine d’arrivo. Per la classifica, invece, valgono i tempi al momento della neutralizzazione. Ma così non si può andare avanti, è arrivato il momento che l’Uci prenda una decisione prima che la situazione precipiti. Le prossime tappe di questa Vuelta si preannunciano molto, forse troppo, complicate.
La decisione
Si sapeva da giorni che oggi sarebbe stata una tappa complicata. Sui social stava crescendo la chiamata a raccolta per la protesta. La gente vuole che all’Israel vengano applicate le stesse misure prese contro le squadre russe dopo l’invasione in Ucraina. In pratica che la squadra venga estromessa dal ciclismo. Una decisione urgente che può prendere solo l’Uci. Non possono essere gli organizzatori, chiunque essi siano, a violare il regolamento e a estromettere una squadra. Ma l’Uci, come al solito, latita, tace.

L’organizzatore
Nel dopotappa è stato Kiko Garcia, direttore tecnico della Vuelta, a fare il punto della situazione: “Per una questione di sicurezza abbiamo preso la decisione di neutralizzare la tappa ai -3 dopo il primo passaggio sotto il traguardo. L’alternativa era peggiore, cioè quella di annullare la tappa e non ci sembrava giusta nei confronti della città. Sappiamo anche che la situazione sarà la stessa nei prossimi giorni. Andrà avanti finché non cambierà la questione regolamentare. Il nostro compito, come organizzatori, come famiglia di Unipublic, è quello di lottare perché ai corridori non succeda nulla, che venga garantita la sicurezza. Lo spettacolo deve proseguire e noi dobbiamo proteggere tutti. Dobbiamo proteggere le squadre, i corridori e lo staff, ma dobbiamo anche proteggere la nostra corsa. Noi non possiamo fare altro che questo, che è il nostro lavoro”. Prima del via il tam tam aveva avvertito che sarebbe stata una giornata complicata. “Abbiamo fatto una riunione informale per tranquillizzare le squadre – prosegue Garcia – perché sapevamo che le forze dell’ordine ci avrebbero aiutato molto. E’ stato una giornata molto complicata che abbiamo risolto abbastanza bene però non possiamo dire di essere contenti o soddisfatti. Il problema c’è ed è grosso”.
L’unica possibilità
“Noi non possiamo prendere la decisione di cacciare nessuna equipe questo deve essere molto chiaro – afferma sempre Garcia -. Questo semmai è il compito dell’Uci. Noi all’Uci abbiamo sottoposto il problema, loro devono decidere. E il problema glielo abbiamo sottoposto molto tempo prima che succedesse tutto questo. Siamo stati molto chiari sulla situazione, eppure c’è il silenzio. Al giorno d’oggi la soluzione per tornare a un minimo di normalità è solo una e non è nelle nostre mani. L’alternativa sarebbe che sia la stessa squadra a fermarsi. Noi ai vertici dell’Israel li abbiamo trasmesso il nostro pensiero più di una volta, spiegandogli la cosa. Abbiamo chiesto che intenzioni hanno di fronte a una pressione che continua a crescere. Più di questo noi non possiamo fare”. Che la squadra faccia un passo indietro però è pura utopia. Qui c’è Sylvain Adams, il multimilionario uomo d’affari canadese-israeliano che ha fondato la squadra. E il “socio” di Benjamin Netanyahu per quello che viene definito “sportwashing” ovvero usare il potere dello sport per pulire, anche tramite l’immissione di un fiume di denaro, l’immagine di un Paese. Non l’unico nel ciclismo. In più la Spagna guidata da Pedro Sanchez è stata, a fine maggio, uno dei primi Paesi europei a riconoscere lo stato della Palestina.
Il futuro
Le prossime tappe si preannunciano quindi estremamente complicate anche logisticamente. Gestire una protesta in città a gruppo più o meno compatto è relativamente semplice. Lo stesso sulle montagne è molto più complesso. E venerdì c’è l’Angliru che rischia di trasformarsi in una trappola micidiale per la corsa. Come garantire la sicurezza? “Come si è fatto oggi e come si fa nell’attraversamento di in qualsiasi pueblo. Avremo bisogno di più aiuto fortissimo della polizia ma dobbiamo tutti essere coscienti che questo è tutto molto complicato e delicato. Che la situazione è molto rischiosa”. Intanto si parla di tre manifestanti fermati e quattro poliziotti feriti.
L’Uci è assente
In serata arriva anche il comunicato dell’Uci che, come consuetudine, se ne lava le mani. Per loro il problema non esiste, tutto regolare: “L’Uci condanna energicamente i fatti che hanno provocato la neutralizzazione della tappa. L’Uci ricorda l’importanza fondamentale della neutralità politica delle organizzazioni sportive riunite nel movimento olimpico, così come il compito di unificazione e pacificazione dello sport. L’UCio riafferma la sua neutralità politica, l’indipendenza e l’autonomia dello sport… L’Uci esprime tutta la sua solidarietà e appoggio alle squadre, al personale e ai corridori che devono potere esercitare la loro professione nelle migliori condizioni di sicurezza e serenità”. Ponzio Pilato in confronto era un dilettante. Ma così la strada della Vuelta verso Madrid si allunga.
Pidcock in risalita, male la Uae
Ovviamente c’è stata anche la corsa. Pedersen al solito a testa bassa dal primo metro, la Uae dove ognuno va per conto suo. Oggi, contro ogni logica tattica, è stato Soler ad andare all’attacco a testa bassa. Perché? Non dovrebbe risparmiare energie per aiutare Almeida nel difficile compito di battere Vingegaard e vincere la Vuelta? No, gli emiratini corrono da ingordi. Vorrebbero mangiarsi ogni traguardo. Nel finale, però sulle dure dell’Alto de Pike, quando la maglia rossa attacca in compagnia di un Tom Pidcock che pedala sempre più forte, Almeida e amici possono solo cercare di limitare i danni. L’inglese, che avvicina Almeida ora 2° a soli 6″, si prende anche la soddisfazione di staccare di qualche metro il danese che poi rientra.
Bene Giulio
Di Giulio Pellizzari in questa Vuelta si parla poco, ma pedala bene, facile, ed è sempre nel cuore della corsa. Patxi Vila, il suo direttore sportivo in Red Bull, lo vorrebbe più concentrato sulle tappe. Lui, invece, ci tiene alla sua maglia bianca e strizza l’occhio alla classifica. Probabilmente non ha ancora il passo di Vingegaard e Almeida, ma è giusto che misuri le sue capacità e le sue ambizioni. Il “problema”, se così si può chiamare, è che al suo fianco, o meglio il suo capitano, è Jai Hindley. L’australiano dopo avere conquistato il Giro d’Italia 2022 ha vinto solo a Laruns, 5a tappa del Tour 2023. Ma ora sempre avere recuperato lo smalto dei giorni migliori e ha chiaramente in testa la classifica generale. Di fatto la Rewd Bull è l’unica squadra con due alternative credibili ed è l’unica a potersi inventare qualcosa tatticamente. Vedremo venerdì, salendo verso l’Angliru, come Vila giocherà le sue carte.
(Articolo in aggiornamento)
Le dichiarazioni di Kiko Garcia, direttore tecnico della Vuelta
Guarda l’intervista video a Patxi Vila
L’11a tappa – Ordine d’arrivo e classifiche


