“Cara de Vuelta”, Manzoni: “Da d.s. sogno la Sanremo. Polini il mio maestro”

Vuelta caradevuelta Mario Manzoni
Mario Manzoni, 57 anni

CASTELLO’ (SPA) Mario Manzoni, bergamasco, 57 anni, è stato un buon corridore ma la sua vittoria più importante l’ha ottenuta nel giorno sbagliato. Bergamasco, buon passista, a Cava de’ Tirreni conquistò in solitaria l’ottava tappa del Giro d’Italia 1997. Ma quella giornata passò alla storia del ciclismo perché Marco Pantani, investendo un gatto, cadde nella discesa del Chiunzi.

Professionista dal 1991 al 2004 è salito in ammiraglia l’anno dopo, all’Androni, poi Lpr, Tecmor, Idea, Leopard, ancora Androni, Nippo e Bardiani. Dal 2022 è all’Astana.

Stretta di mano ferrea, ma ferrea davvero (“mi sono allenato tutta la vita stringendo il manubrio, questione di grinta”), modi decisi ma educati, accetta di parlare della sua carriera da direttore sportivo prima del via della tappa. E’ lui la “cara de Vuelta” del giorno.

Mario perché tu fai il direttore sportivo? Che cosa ti ha spinto a farlo?

La passione innanzitutto. Ho fatto il corso di direttore sportivo che era ancora corridore, quindi era una strada che volevo percorrere. Poi non è facile intraprenderla, perché trovare posto, trovare squadra…  la vita mi ha proposto delle opportunità e io me le sono prese. Ho cercato di guadagnarmi il mio posticino nel gruppo, lavorando sodo e cercando di dare il meglio di me”.

Ho cercato di guadagnarmi il mio posticino nel gruppo, lavorando sodo e cercando di dare il meglio di me

In questi anni com’è cambiato il lavoro del direttore sportivo? 

“Per me negli ultimi cinque anni, essendo arrivato in una squadra WorldTour, è cambiato totalmente. Ci sono un po’ di diversità con una squadra Continental o Professional. Io ho lavorato e ho lavorato anche in una squadra Under 23. Tutto è servito per crescere, per fare esperienza, per avere un bagaglio di vita. Il lavoro è molto, anche a volte è un lavoro che magari non si vede, però tra logistica, seguire i ragazzi e preparare le corse, la preparazione è cambiata molto. C’è molta più professionalità, molte più notizie, molte più informazioni. Non è un lavoro banale, anche se a volte può sembrare che uno guidi solo la macchina, ma non è assolutamente così”.

Il bello e il brutto di fare il direttore sportivo? 

“Trovo solo belle cose, quindi non ho niente di negativo da raccontare. Finché c’è la passione, io mi ritengo fortunato che dalla mia passione sia diventato un lavoro. Le cose negative, adesso che me le chiedi, non me ne vengono”.

Mi ritengo fortunato che dalla mia passione sia diventato un lavoro

Il prossimo obiettivo come direttore sportivo? 

A me piacerebbe vincere una classica, una Milano-Sanremo su tutte”.

E in questa Vuelta? 

Riuscire a vincere una tappa sarebbe già un grande obiettivo, un grande risultato. Poi stiamo cercando di riuscire a fare un po’ di classifica, anche se non è facilissimo. Anche per la maglia dei gpm con un Pogacar così non è facile”.

Hai un direttore sportivo che può essere considerato il tuo maestro?

Ho avuto Polini, che quando ero dilettante mi ha insegnato tante cose, anche della vita. Non tutto può essere trasmesso ad essi ragazzi, perché ha cambiato un po’ il mondo, però lui è sempre stato il mio punto di riferimento. Poi ho avuto altri direttori sportivi lungo la mia carriera da corridore, ma anche da direttore sportivo come colleghi. Da ognuno cerco di rubare qualcosina, perché tutti lasciano qualcosa nel percorso”.

Polini quando ero dilettante mi ha insegnato tante cose, anche della vita

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