VARESE – Lo sport riserva spesso sceneggiature a lieto fine, che arricchiscono l’epopea letteraria e cinematografica. Ma esistono anche storie tristi dei protagonisti dell’arena, che incupiscono il cuore e appesantiscono l’anima perché il lieto fine proprio non c’è. Come nel caso di Alex Hottejan, giocatore di pallacanestro biellese d’origine, ma, si può dire, varesino d’adozione.
La storia di Alex Hottejan raccontata da Paolo La Bua
Alex ha combattuto a lungo la tossicodipendenza nel corso della sua carriera cestistica. Era uscito dal tunnel, ma un paio di mesi fa, il 18 agosto, la terribile notizia della morte dovuta a una malattia improvvisa, a soli 56 anni. La sua incredibile storia è stata raccolta da un amico, il giornalista biellese Paolo La Bua, con cui nel 2011 aveva scritto a quattro mani il libro “Uno contro Uno”. Pagine durissime, drammatiche, intrise di profonda sofferenza, di cadute e di risalite. I fasti di una carriera da atleta professionista alternati a periodi passati in carcere e scorci di vita da homeless, a Torino e alla stazione centrale di Milano. Un ritratto senza poetica, che lo accomuna a leggendari campioni americani del passato come Michael Ray Sugar Richardson, Mike Mitchell e Earl The Goat Manigault, capaci di passare dai canestri alla polvere con biglietto di andata e ritorno. E proprio per celebrare la sua rinascita Alex Hottejan e la moglie avevano coraggiosamente chiesto a Paolo La Bua (nella foto d’apertura insieme ad Alex) di raccontarne la storia, con lo scopo preciso di lasciare un messaggio: la tragedia della droga può colpire tutti, anche un atleta professionista. Una narrazione senza reti, da portare in dono ai giovani e agli sportivi. “Definisco il libro come un monumento di carta che abbiamo voluto scrivere per il riscatto di Alex, innanzitutto dell’Alex uomo. Purtroppo la sua vita si è spezzata troppo presto, un paio di mesi fa, a soli 56 anni. Con il senno di poi è stato il suo testamento spirituale” afferma l’autore.

Alex Hottejan, eroe tragico. Eppure l’eroe di Gigi Datome
Nel libro si citano paragoni impegnativi secondo i quali Alex Hottejan avrebbe potuto essere il Tony Kukoc italiano. Forse un’esagerazione, ma sicuramente un tributo ad un giocatore che, partendo giovanissimo in serie A con la maglia della Berloni Torino, aveva conosciuto la sua maggiore notorietà con la Robur Varese in B, sino a sfiorare la promozione in A-2. Alex giocava ad alti livelli pur essendo già dipendente dall’eroina, un oppiaceo che rallenta le prestazioni sportive e che sicuramente ne frenò la carriera e la sua clamorosa esplosività atletica. Eppure Alex nel suo ultimissimo scorcio agonistico fu ancora protagonista ad Olbia e divenne compagno di squadre e idolo assoluto di un giovanissimo Gigi Datome. Non a caso il Gigione nazionale gli ha tributato sui social il ricordo più commosso quando si è diffusa la notizia della sua scomparsa.

Gli anni di Varese, tra basket e droga
Quando fu chiamato alla Robur aveva purtroppo già conosciuto le droghe a Torino e a Biella, ma la dipendenza dall’eroina divenne conclamata proprio a Varese. Da accapponare la pelle il racconto di voler indossare sempre polsini lunghi, non per vezzo, ma per coprire i buchi nelle braccia lasciati dalle siringhe. Durante quella esperienza in tanti gli vollero bene e vennero poi a salutarlo quando presentò il suo libro al collegio De Filippi: Franco Passera, Romano Pagani, Max Ferraiuolo, Gianni Chiapparo, Adalberto Tessarolo e altri ancora. Di quel mondo roburino Gianni Chiapparo e Roberto Pacchetti gli hanno dedicato il ricordo più commosso su facebook. A dimostrazione di quanto Alex fu amato come giocatore e come persona al di là dei suoi problemi personali.

Un ritratto di Alex Hottejan ci viene regalato dall’amico Paolo La Bua, autore del libro e giornalista della Provincia Biella e di Repubblica, che ha gentilmente risposto alle domande di Malpensa24.
Chi era Alex Hottejan?
Alex era fondamentalmente una brava persona che ha fatto del male a sé stesso. E’ vero, ha avuto precedenti penali e guai con la giustizia, ma non è mai stato cattivo contro qualcuno. I comportamenti illeciti erano sempre conseguenze di quella maledetta eroina. Alex era un ragazzo bravo e generoso, capace da homeless di dividere con qualcuno il suo ultimo panino sotto i portici di Torino. Era un grande innamorato della pallacanestro. La sua vita è stata segnata per un lungo tragitto dalla fragilità e dalla capacità autodistruttiva, nonostante il grande amore della madre. Proprio la mamma è la vera figura tragica della vita di Alex. Lo ha sempre accompagnato, nel bene e nel male: era a riabbracciarlo ogni volta che usciva dal carcere, era lì pronto ad aiutarlo. Alex era un ragazzo buono, che ha fatto del male a sé stesso. La sua rivincita era stata uscire dalla droga. Nell’ultimo periodo aveva completamente cambiato vita, diventando apprezzato istruttore cinofilo in Sardegna. In tre aggettivi, Alex era un ragazzo buono, bello e tragico.

Alex e il basket. Il più classico dei what if
Se non si fosse buttato via sarebbe diventato un giocatore da Nazionale. Ne sono certo. Negli anni ’80 non c’erano tanti atleti con le sue caratteristiche: super atletico, con le braccia lunghe, 206 centimetri d’altezza, veloce, agile, potente. Con qualità innate per imparare subito quello che gli allenatori gli spiegavano. Aveva incominciato tardi con il basket, ma apprendeva in un lampo. Il suo fisico gli consentiva di segnare 30 punti in serie B nonostante fosse già un eroinomane. Alex era consapevole delle occasioni che si era bruciato, ma andava oltre la sua tragedia personale. Dentro di lui sapeva di aver bruciato una chance unica e doti che madre natura regala di rado. Intimamente penso proprio che il what if gli pesasse, anche se non lo dava mai a vedere e la buttava sempre sul ridere, perché aveva l’animo pieno di una grande allegria.

Le sue stagioni a Varese
Dopo l’esperienza alla Berloni Torino di coach Dido Guerrieri, con Morandotti e Pessina come compagni, era venuto a Varese per affinarsi e per poi fare il grande salto. Alla Robur ha trascorso gli anni più belli della sua carriera. Era arrivato da Torino per far sbocciare il suo talento fisico ed invece, ecco il paradosso, si è perso definitivamente pur in un ambiente di emanazione oratoriana e cattolica. Varese è una città piccola, la Robur è una società sana, ma Alex è stato bravissimo, se così si può dire, ad eludere ogni tipo di controllo. Se vogliamo questi sono anche i limiti del professionismo o per meglio dire di un certo professionismo com’era in voga negli anni ’80 nelle serie minori. Tanti soldi, tanto tempo libero, tanta libertà, un senso di onnipotenza. Poi, quando finisci di fare il tuo lavoro in palestra, ognuno va per la sua strada e nessuno si accorge dei tuoi problemi. Scrivendo il libro ho parlato con tantissime persone che a Varese e a Torino hanno voluto un gran bene ad Alex. Era partito da Torino ed era arrivato in un posto ideale per la pallacanestro, ma purtroppo si era perso per strada. Perché? Impossibile dirlo. Credo che a Varese nessuno si fosse davvero accorto della sua tossicodipendenza: la società non lo avrebbero consentito o forse, per dirla con Federico Danna, la gravità del problema era stata sottovalutata. Alex però ha sempre voluto bene a Varese e in tanti a Varese hanno voluto bene ad Alex. Spero che lo ricordino sempre come un bravo ragazzo, un bravo giocatore che poteva diventare un campionissimo e che invece è passato dalla gloria dei canestri alla disperazione della polvera bianca. Ma anche, che aveva saputo riabilitare sé stesso, riscattare una vita difficile e vincere la battaglia contro la droga. Purtroppo il 18 agosto è arrivata la terribile notizia della sua scomparsa. Mi piace però pensare che Alex ci ha salutato in pace con sé stesso e, finalmente, da uomo libero.

Alex Hottejan campione fragile – MALPENSA24
