di Andrea Minchella
VISTO
SALTBURN, di Emerald Fennell (Regno Unito- Stati Uniti 2023, 131 min., Prime Video).
Incomprensibilmente distribuito in Italia solamente sulla piattaforma di Jeff Bezos, questo secondo lavoro della Fennell, che aveva già colpito con la sua opera prima “Una Donna Promettente” del 2020, per cui aveva vinto un Oscar grazie all’originale e sconcertante sceneggiatura, ha tutte le caratteristiche per essere considerato un vero capolavoro. I critici più attenti e qualificati, forse, riusciranno comunque ad individuare limiti che certamente questo film inevitabilmente contiene, ma la potenza di “Saltburn” non può essere sottovalutata né ridimensionata.
Emerald Fennell realizza un ritratto aberrante, quasi repellente, sul desiderio, sull’ossessione e sulla capacità diabolica di compiere qualsiasi gesto pur di essere accolto in un gruppo esclusivo. La regista britannica, dopo aver lavorato anche come attrice negli Stati Uniti, torna in Inghilterra e scava ogni centimetro della sua terra per scovare e imprigionare le sfumature più pericolose dell’animo umano. E lo fa magistralmente anche grazie alla scelta del protagonista della sua storia. Barry Keogan, infatti, diventa nel giro di pochi minuti dall’inizio della pellicola il punto centrale su cui tutta la vicenda si poggia. Il volto diabolico del giovane attore di Dublino avvolge completamente ogni movimento di macchina da presa, ogni spiraglio di luce di una fotografia magistrale, ogni espressione che i volti dei protagonisti del racconto sembrano accennare senza rendersene conto davvero.
Insomma “Saltburn” è un capolavoro stilistico, grammaticale ma soprattutto sostanziale proprio perché il protagonista si trasforma in un espediente iconografico che racchiude in sé tutte le contraddizioni che vengono descritte nel film. Non ci sono sconti retorici né scorciatoie grammaticali nel mettere in scena la violenza subdola che ogni essere umano è capace di esprimere per ottenere ciò che vuole. La regista decide di cristallizzare senza zone d’ombra posticce e stucchevoli l’ossessione di un uomo e la follia che ne consegue. L’ambizione senza freni diventa un’inarrestabile scia di violenza che non si ferma davanti a nulla. Il buonismo e i politicamente corretto sono drasticamente banditi da un’autrice che ha deciso di basare la sua opera sulla verità e sulla chiarezza.
Il ritmo della pellicola è incalzante e il montaggio diventa elemento fondante dell’intero progetto. La musica e la scenografia si fondono per dare vita ad un vortice di emozioni che difficilmente lo spettatore riesce a controllare. Più lo guardi e più ne sei pericolosamente attratto. Lo sguardo diabolico e docile di Oliver Quick ti rapisce e non ti dà scampo per più di due ore. Vorresti essere in quella sontuosa tenuta anche tu. Vorresti anche solo per un minuto essere accettato da quella famiglia tanto superficiale quanto contraddittoria. Nessuno è al riparo da racconti del genere. Chi pensa di essere lontano da certe dinamiche, forse, ha già cominciato il suo tragitto inarrestabile verso l’inferno.
“Saltburn” è un film che nasce dal cinema. Guardandolo si percepisce l’amore per il cinema e la sconfinata cultura di linguaggi cinematografici dell’autrice inglese. Ci sono Luca Guadagnino, nella sua interezza, “Il talento di Mr. Ripley” di Minghella, il Bertolucci di “Io Ballo Da Sola” e di “The Dreamers”; c’è tanto “Parasite” e “Teorema” di Pier Paolo Pasolini. Ci sono Sofia Coppola, Tim Burton e Lars Von Trier. Insomma, “Saltburn” contiene inevitabilmente una rielaborazione intelligente e originale di tutti i linguaggi tanto cari alla Fennell che si è nutrita di cinema e di storie prima di diventare lei stessa un’autrice puntuale e sorprendente.
“Saltburn” è anche un concentrato di stili e di codici. Il “thriller” diventa commedia nera per poi trasformarsi in “tenn-movie” fino a sfiorare le tinte più “horror”. Questa centrifuga di modalità di racconto trasformano un film già riuscito in qualcosa di più, in una sorta di testamento definitivo della società contemporanea fatta di individui incapaci di metabolizzare l’insuccesso, l’esclusione e il fallimento. Emerald Fennell, di nuovo, trasforma un eroe nero in un’icona sconcertante e nefasta di una società sempre più vicina all’estinzione.
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RIVISTO
IL TALENTO DI MR. RIPLEY, di Anthony Minghella (The Talented Mr. Ripley, Stati Uniti 1999, 139 min.).
Un libro interessante diventa un film epico grazie alla capacità unica di Minghella di realizzare immagini forti e potenti al servizio di una storia intrigante e fortemente iconografica. Insinuarsi in una vita che non ci appartiene grazie alle sole capacità retoriche e di comportamento sono da sempre una calamita pericolosamente attrattiva per il cinema che vuole indagare l’essere umano, le sue fragilità e la sua ancestrale capacità di adattarsi al contesto che è costretto a vivere. Un capolavoro senza tempo.
