Sanremo ha già stufato. E non da ieri

festival sanremo amadeus

Festival di Sanremo, anche un po’ meno. L’impressione è che si stia esagerando con l’evento canoro dell’anno: non sono solo canzonette ma, attorno ad esse, è stato messo su un baraccone televisivo incredibile con dentro di tutto e di più, sermoni, gags, banalità, cose serie, frivolezze, luci e cotillon.

Sanremo è Sanremo, si diceva una volta per giustificare quel “tutto un po’”. Il problema è che sono mesi che si annuncia, si smentisce e si conferma: questo c’è, quell’altro no, canta questo, canta quello, arriva questo, sarà assente quell’altro. Un battage senza eguali per un appuntamento importante sul versante dell’intrattenimento, entrato di diritto nelle aspettative nazionalpopolari, fino allo sfinimento. Ma è il caso? Qualcuno potrebbe obiettare: con tutto ciò che c’è in giro, con le guerre e tutto il resto a pesare sul presente e sul futuro collettivo, dobbiamo proprio annullarci dentro l’Ariston? La risposta potrebbe essere spiazzante: non si può pensare soltanto alle negatività del mondo.

Vero, ma bisogna anche tracciare una linea di sobrietà, uno stop, un minimo di misura. Amadeus e compagnia cantante al mattino dormono bellamente negli albergoni della Riviera. Se lo spettacolo chiude alle 2 e passa di notte, vabbè, chi se ne frega. Ma gli altri, la gente comune che all’alba si alza per andare al lavoro o a scuola, che fa, salta la nottata per applaudire i saltimbanchi che, assieme a qualche cantante di valore che ancora resiste, si alternano sul palco del teatro sanremese? Che considerazione c’è per tutti costoro, per la gente in genere?

E poi, via, sono giorni in cui non si parla d’altro, nel bene e nel male. I giornaletti e i giornaloni dedicano paginate. La Rai va a tutta enfasi, Mediaset (vedi Striscia la notizia) è invece alla ricerca di un qualunque motivo per denigrare la kermesse: dall’Agicom che multa, ai biglietti riservati agli amici delle amici, dal treno speciale riservato ai dirigenti Rai, alle mise dei protagonisti. Un altro baraccone messo su con l’obiettivo opposto: fare caciara, polemizzare, spettegolare, colpire la concorrenza. Se fosse ancora vivo, Umberto Eco potrebbe soffermarsi, dopo la “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, sulla fenomenologia di Amadeus (Fiorello non ha bisogno di approfondimenti così autorevoli, è già un fenomeno di suo e riconosciuto).

In mezzo ci siamo noi, telespettatori vittime di un evento che, sotto sotto, è diventato una grande operazione commerciale, propagandistica e promozionale, poco o nulla a che fare con la cultura e la storia della canzone. Vasco, Dalla, Celentano e pochi altri: le loro esibizioni a Sanremo sono indimenticate, quasi indimenticabili. Chi si ricorda chi ha vinto il Festival tre, quattro, cinque anni fa?

Il bello è che crediamo a ciò che ci scodellano oggi e, tac, sintonizziamo il televisore sul primo canale. Anche noi che, cresciuti a pane, Guccini e De Andrè, preferiremmo guardare ben altro. Se lo facessimo passeremmo per snob con la puzza sotto il naso. O ci accuserebbero di essere i soliti boomers, parolina gentile per dire che siamo vecchi. Appunto, vecchi da non capire nemmeno i testi delle canzoni e certi contorcimenti lessicali e sintattici che passano sui teleschermi. Siamo fuori dal tempo, riconosciamolo. Non siamo moderni, tanto meno giovani. Per questo, per metterci in pari con noi stessi, questa sera invece di Sanremo riascolteremo Guccini e De Andrè, le Canzoni d’Osterie di Fuori Porta o la Buona novella. Dai, in questo caso ci piace essere snob e, come direbbe il grande Francesco da Pavana senza suscitare fraintendimenti, “e a culo tutto il resto”.

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