VISTO&RIVISTO Un film bidimensionale confuso e slegato

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di Andrea Minchella

VISTO

BOB MARLEY- ONE LOVE, di Reinaldo Marcus Green (Stati Uniti 2024, 104 min.).

Peccato. Una grande occasione sprecata. Trasformare l’”esistenza” di Bob Marley in una pellicola di quasi due ore non è una cosa semplice. Ma proprio per la complessità della vita di un’artista e del suo significato e del suo peso nel mondo il lavoro del regista, in questi casi, è rischiosissimo e cadere nel vortice mortale dei “clichè” è un pericolo dal quale pochi “biopic” si salvano.

Non fa eccezione, appunto, questa pellicola di Green che già aveva tentato la strada della biografia con il suo precedente “King Richard” sull’ascesa nel mondo del Tennis delle sorelle Williams. L’errore di Green qui è più rimarcato rispetto al film poco soddisfacente il cui protagonista era Will Smith. Maneggiare la figura di Bob Marley, il suo impegno politico, la sua musica e la sua religiosità mistica esigeva un lavoro più complesso e profondo. A partire dalla scelta dell’attore. Perché replicare il volto, le smorfie, gli sguardi, i tic di uno dei cantanti più iconici del secolo scorso non si può fermare alla scelta di un attore bravo e bello che cerca in tutti i modi di assomigliare all’originale. Come avvenne per Bob Dylan, nel visionario “Io Non Sono Qui” di Todd Haynes, la scelta di interpretare un cantante può ricadere su un progetto innovativo e inedito che non debba passare per forza dall’interpretazione bidimensionale di un bravo attore. Kingsley Ben-Adir ci ha messo tutto sé stesso. La somiglianza è anche efficace. Ma Bob Marley era tutta un’altra cosa. Basta guardare alcuni minuti di vecchie interviste per rendersi conto della potenza espressiva e rude del cantante Jamaicano. Il lavoro di un bravo regista risiede proprio nel inventare un metodo riuscito ed esteticamente apprezzabile per dare vita al protagonista della sua storia.

Qui, oltre all’immensa produzione musicale di cui il regista aveva accesso, grazie alla presenza tra i produttori del figlio di Bob Marley Ziggy, c’era a disposizione una biografia piena di eventi e momenti cruciali e quindi si poteva, e si doveva, ricostruire in maniera fluida e legata le vicende politiche ed artistiche del cantante. Il film, invece, sembra un” collage” di situazioni che risultano frammentate e slegate una dall’altra. Il sottofondo musicale diventa una didascalia ingombrante in sequenze che cercano di testimoniare le ragioni di un successo planetario e senza fine del cantante che per primo fece perno sul connubio tra musica e impegno politico in una nazione “nera”. Green cerca di indagare il contesto storico in cui Marley e i suoi crescono ed ottengono successo. Il racconto tenta di fondersi con la descrizione politica di una Jamaica, in quegli anni, in piena guerra civile. La narrazione dell’uomo, del cantante, dell’attivista, però, non riesce ad amalgamarsi restituendoci un Bob Marley esageratamente pacato e onirico che non riesce quasi mai a squarciare lo schermo per raggiungere l’anima dello spettatore. Si resta in superfice. E si segue un filo narrativo discontinuo e confuso. La storia non aggiunge nulla rispetto a Wikipedia. I concerti vengono ricostruiti abbastanza bene ma su quel palco manca l’anima del cantante, e si vede.

Dunque “Bob Marley: One Love” è un’altra produzione che sottovaluta la difficoltà del tema che tratta, limitandosi a ricostruire personaggi e situazione come in un grande plastico in cui la perfezione della riproduzione si pensa possa bastare a far funzionare il racconto. Ma non è così. Raccontare la vita o un evento specifico di Bob Marley implica uno sforzo sovraumano da parte del regista. Fondere l’opera e la vita di un artista è la grande scommessa che non sempre si vince in lavori del genere.

Bob Marley era un personaggio tridimensionale, che si spendeva in mille attività. Era grezzo e dolce. Era pacifico e irascibile. Era innovatore e profondamente legato alle sue origini. Era religioso e laicamente pacifico. Aveva, come i grandi personaggi dello spettacolo, mille contraddizioni che lo rendevano unico. Trasformare giganti del genere in caricature bidimensionali a favore di una narrazione convenzionale rischia di confondere lo spettatore, anche quello meno preparato sul personaggio narrato. Perché la semplificazione della storia e dei personaggi è un aspetto che in certi “biopic” risalta fin dalle prime inquadrature, e che sfibra irrimediabilmente il senso di pellicole come queste.

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RIVISTO

RAY, di Taylor Hacford (Stati Uniti 2004, 152 min.).

Un Jamie Foxx magistrale (giustamente premiato con un Oscar) in uno dei “biopic” più riusciti di sempre. Musica e musicista diventano una cosa sola in una narrazione che non perde mai il punto.

Ray Charles diventa il motore inarrestabile di una descrizione sociale e politica degli Stati Uniti soprattutto degli anni cinquanta, sessanta e settanta. Un capolavoro senza tempo.

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