“Il problema si risolve manu militari”, ripeteva un sindaco del recente passato riferendosi alla tanto complessa quanto pericolosa situazione dell’ordine pubblico nella zona della stazione di Gallarate. Esagerava? Può essere che esagerasse, ma qual è la soluzione per arginare un fenomeno di disagio sociale che, come è accaduto martedì sera con la maxi rissa e, come con lo spaccio di droga e i reiterati vandalismi, sfocia nella delinquenza? Già, qual è? A Gallarate, a Busto Arsizio, a Varese e in tutte le città dove gruppi di stranieri e, accanto a loro, frotte di ragazzini indiavolati, di giorno e di notte, mettono a ferro e fuoco interi quartieri.
“Baby gang” chiamano i pestiferi adolescenti che, riuniti in bande, non hanno rispetto di niente e di nessuno, a cominciare da loro stessi. Reprimere, certo. Ma forse il problema sta a monte. Pone in causa le politiche per l’immigrazione, fenomeno che nessun governo ha ancora risolto, forse perché irrisolvibile, al massimo soltanto comprimibile. Allo stesso modo del dilagare della microcriminalità organizzata, diffusa un po’ ovunque, che vede protagonisti i più giovani. C’entrano le famiglie? Eccome se c’entrano, ma il discorso affrontato in questa sede ci porterebbe lontano, all’educazione che viene a mancare, alla scuola che lascia andare, ai presidi istituzionali in altre faccende affaccendati, a tutto quanto compone il contesto sociale di disvalori che, partendo dai social, devasta la convivenza civile.
In prefettura a Varese ci si riunisce per discutere su come arginare la movida estiva, quando le vie dei centri urbani vengono prese d’assalto da molta gente perbene alla ricerca di legittimo svago, alla quale va garantita sicurezza rispetto alle degenerazioni di gruppi di balordi pronti a tutto. Sicurezza, ecco la parola chiave. Che va per la maggiore, sicurezza reale o percepita, ma costantemente al centro dell’attenzione collettiva. Il punto è capire se per garantirla siano sufficienti telecamere e pattuglie delle forze dell’ordine, controlli come se non ci fosse un domani e servizi di prevenzione che possano finalmente scongiurare fatti come quelli di martedì sera a Gallarate. Scusateci, ma siamo pessimisti.
L’esiguità degli organici di polizia, carabinieri e vigili urbani, i limiti stessi delle normative (alle manette corrisponde quasi subito la concessione della libertà di chi è colto in flagranza), la mancanza di fondi anche dei Comuni per organizzare contromosse efficaci non depongono per un’estate all’insegna della tranquillità. Ma il nodo non è ancora questo; ci ripetiamo: è una questione di educazione, di rispetto per il prossimo e per il patrimonio pubblico e privato; è un problema culturale che riguarda giovani e famiglie: si scambia la vita reale con i messaggi dei social e di certi programmi televisivi che creano falsi miti, così che la vita vera diventa appunto quella raccontata in internet o in tv.
Per non parlare degli stranieri, cresciuti in altri contesti e arrivati qui da noi senza approdi sociali che favoriscano l’integrazione. Persone abbandonate a loro stesse, confinate nei ghetti di molti centri di accoglienza se non, addirittura, dimenticate in strutture dismesse e fatiscenti. L’unico modo per sopravvivere è delinquere. E allora bene i summit prefettizi per discutere di ordine pubblico. A patto che sortiscano interventi veri, se non risolutivi in qualche modo efficaci, che non debbano ridursi soltanto alla mera repressione. Se mai fosse possibile.
