VARESE – «La pressione era troppa a causa delle privazioni e dei controlli che mia figlia subiva. Se non fosse scappata di casa, lui l’avrebbe uccisa».
Sono le parole pronunciate da Marta Criscuolo in tribunale a Varese nel processo per stalking a carico di Marco Manfrinati, il 40enne che un mese fa in via Ciro Menotti ha ucciso a coltellate il marito della donna, Fabio Limido, sfregiando al volto la figlia Lavinia, con lo stesso coltello, e lasciandola in fin di vita sulla strada.
«Uccido tutti e mi suicido»
I fatti al centro del processo risalgono al 2023, ma si legano inevitabilmente al massacro del 6 maggio, per il quale Manfrinati, 40 anni ed ex avvocato, è ora in carcere con l’accusa di omicidio e tentato omicidio.
«Un giorno Manfrinati disse “uccido tutti e poi mi suicido”», ha ricordato Criscuolo, che nel processo è parte civile insieme alla figlia, ed è assistita dall’avvocato Fabio Ambrosetti. Il riferimento è all’estate del 2022, quando Lavinia era fuggita con il figlio dalla casa in cui abitava con il marito – ora ex, e che nel processo è difeso dall’avvocato Fabrizio Busignani – e da lì era iniziato un lungo periodo di sofferenza e inquietudine per tutta la famiglia Limido.
Il capo d’imputazione descrive minacce di morte arrivate via sms e whatsapp, passaggi sotto casa con colpi di clacson e insulti per i Limido, una parte di cancellata distrutta e una frase pronunciata al telefono e che riletta oggi mette i brividi: «Qui qualcuno finisce al cimitero o in terapia intensiva».
«Lavinia aveva la guardia del corpo»
Il contesto, nel dettaglio, lo ha ripercorso Criscuolo rispondendo alle domande del pubblico ministero: «Mia figlia è stata ospitata da un’amica fuori provincia. Aveva paura a uscire anche solo per un caffè, portava una parrucca per non essere riconoscibile e aveva una guardia del corpo. Noi tutti in famiglia eravamo dotati di una bomboletta di spray al peperoncino, avevamo installato le telecamere a casa e fuori dall’ufficio, parcheggiavamo l’auto in modo da essere pronti alla fuga in caso di necessità».
Le umiliazioni e i pugni
C’erano anche le umiliazioni, ha sottolineato la madre di Lavinia: «Io ero una terrona di m… e come tale, diceva Manfrinati, che è un filonazista, dovevo finire in un forno insieme a ebrei e omosessuali. Mi dava della tr… e della pu…, e per queste frasi un giorno mio marito lo aveva cacciato di casa e lui lo aveva colpito con tre pugni in faccia».
Passato e futuro
Sempre parlando del marito, dello stile di vita della famiglia, pesantemente condizionato dagli atti persecutori contestati all’imputato, e dei progetti che dopo la tragedia del 6 maggio non saranno più realizzabili, Marta Criscuolo si è commossa: «Avremmo voluto viaggiare, giocare a golf, andare in bicicletta insieme, recuperare quel tempo dedicato al lavoro e alle esigenze familiari. Ma mio marito è morto, si è sacrificato per proteggere Lavinia, e io ora ho il compito di onorare il suo sacrificio garantendo sicurezza e stabilità alle mie figlie e a mio nipote».
