di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, i nostri vecchi affermavano che “chi trova un Amico trova un tesoro” ed io sono del tutto d’accordo. A me recentemente è capitato di incontrare un amico, di quelli appunto con la A maiuscola, un sapiente collega, che non vedevo da molto tempo. Fu subito una grande gioia e poiché “c’è più tempo che vita” decidemmo di festeggiare. Ad una tavola golosamente imbandita di un noto ristorante toscano, di fronte ad un sollazzo gastrico garantito, conversammo amabilmente. Scegliemmo gli stimolanti piatti della regione accompagnati da un rosso importante, un Guado al Tasso delle cantine del Marchese Antinori e concludemmo con un caffè alla Talleyrand-Périgord e cioè nero come la notte, dolce come l’amore e caldo come l’inferno.
Come è facile immaginare, la bella serata fu riempita da una ricca conversazione durante la quale ritrovammo la sintonia su molti suggestivi argomenti, forse amplificati dall’ottima cucina. Poiché gli amici di vecchia data spesso rievocano episodi accaduti nel tempo, tempo che passa inesorabilmente, una parte del discorso cadde sulla vecchiaia. Una domanda ci assillava. Quando possiamo parlare di anzianità o se volete di vecchiaia? Ebbene vi do una buona notizia. Un recente studio dei soliti giapponesi (che peraltro detengono il primato della longevità) ha definito con tecniche di indagine ineccepibili, che si può parlare di anziani dopo i 75 anni e di grandi anziani dopo gli 85. A questa notizia ci scambiammo una nota di sollievo. Poi il discorso continuò sul ruolo dell’anziano in questa società di matti.
Oggi la vecchiaia viene considerata come un assoluto disvalore. Ricordo un bel libro sul tempo di Armando Torno (La truffa del tempo, Saggi Mondadori) quando l’autore annotava le fanciulle che compravano belletti e profumi in un negozio di Parigi chiedendosi se stessero comprando del tempo, volendo dimostrare un aspetto migliore, un’età diversa. Concludeva: ma no; esercitavano solo un loro diritto, quello di tentare di ingannare sé stessi, certamente non il tempo. Ne “L’ultimo Bacio” di Muccino, la madre (Stefania Sandrelli) chiede speranzosa alla figlia: “Ma dimmi, in fondo, che età dimostro?” E la figlia spietata: “La tua, mamma.”
Il fenomeno è relativamente recente. I genitori e i nonni di coloro che sono oggi in età matura accettavano di essere vecchi e considerati tali. A volte addirittura ci tenevano. Anche chi non ne ha un ricordo personale può ricavare il loro modo di porsi e di portarsi nei confronti delle età dalle fotografie: sono vestiti da vecchi, hanno posture da vecchi e la composta severità dei vecchi anche se hanno intorno ai settant’anni o più.

Oggi invece la vecchiaia è diventata insieme alla morte il tabù dell’uomo contemporaneo. Abbiamo creato un’intera classe di spostati, di infelici che prima non esisteva e che nelle società sviluppate continua ad ingrossare le proprie fila a causa dell’invecchiamento prolungato e protetto. Siamo una società di vecchi che coltiva un paradossale e grottesco culto del giovanilismo andando così ad accrescere il senso di frustrazione, di inadeguatezza e di umiliazione degli anziani. Quindi a ben guardare questa categoria, data la sua enorme possibilità di espansione, è diventata un vasto e appetibile mercato. Occorre però stimolare il vecchietto facendogli credere di essere ciò che non è più, e desiderare cose che gli sono ormai diventate indifferenti o superflue.
Nelle società tradizionali, premoderne, preindustriali, prevalentemente agricole e caratterizzate dalla trasmissione orale è il vecchio che detiene il sapere, che conosce le cose indispensabili per la vita e la sopravvivenza o anche più semplicemente per il buon andamento del quotidiano: a lui ci si rivolge, a lui spetta l’ultima parola. È rispettato, ha importanza, ha autorità, ha prestigio, ha un posto, una funzione, un ruolo di tutto rilievo. La sua vita conserva un grande senso, quello di trasmettere la propria esperienza ai più giovani, non di gareggiare inutilmente con essi trangugiando l’amarezza di un confronto impari ed impossibile.
Nella società attuale avviene esattamente l’opposto. Le rapidissime trasformazioni tecnologiche fanno del vecchio un analfabeta, uno spaesato la cui esperienza non serve più a nessuno. Per cui lo storico Carlo Maria Cipolla può scrivere: “Una società industriale è caratterizzata dal continuo e rapido progresso tecnologico. In tale società gli impianti diventano rapidamente obsoleti e gli uomini non sfuggono alla regola. L’agricoltore poteva vivere l’intera esistenza beneficiando di poche nozioni apprese nell’adolescenza. L’uomo industriale è sottoposto a un continuo sforzo di aggiornamento e tuttavia viene inesorabilmente superato. Un vecchio nella società agricola è il saggio, in quella industriale un relitto”.
Cari amici, non vorrei avervi rattristato con questo racconto ma, abbiate fiducia, il seguito è di sicuro migliore. Perché proprio per gli argomenti riportati, siamo tutti impegnati a dare “più vita ai nostri anni” (come si dice). Il declino legato all’età non è un pegno obbligatorio. La vulnerabilità può essere allontanata nel tempo e la ricetta per riuscirvi è tutto sommato semplice: buone relazioni sociali per stimolare il cervello, una dieta adeguata non troppo abbondante né carente di nutrimenti per mantenere il peso forma, un’attività fisica regolare adeguata alle proprie condizioni di salute. La buona notizia è che il momento nel quale si diventa fragili non è scritto solo nei geni e può essere allontanato nel tempo. Il dottor Niccolò Marchionni, Vicepresidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica afferma in proposito: “Significa poter diventare “grandi vecchi” in buona forma fisica e autonomia. Succede sempre più spesso: negli ultimi dieci anni i centenari sono cresciuto del 300%, oggi in Italia sono circa 25mila.” Su con la vita! Anche noi speriamo di poter far parte (in futuro) dell’esercito degli energici arzilli vecchietti!
Cari amici vicini e lontani, l’ottimo tempo di quella serata fu riempito da un confronto affettuoso ed intenso come si conviene a due Amici che hanno tanto da dirsi e da confrontare. Vi devo confessare che non resistemmo alla tentazione di concederci due Caolila 18 anni, un whisky davvero grande dei lidi scozzesi settentrionali, torboso e secco con un corpo rotondo ed un finale vellutato, che io amo particolarmente. Le grandi occasioni devono essere degnamente celebrate. Che dirvi di più? Ci lasciammo come capita a molti, con l’impegno a ritrovarci più spesso, ben sapendo che gli incontri della vita, nonostante le buone intenzioni, possono diradarsi o intensificarsi per i più diversi e straordinari motivi. Buona vita a tutti.
pellerin vita vecchiaia – MALPENSA24
