Il vittimismo che non paga

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Arianna e Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

La premier vittimista non dà buona impressione di sé. Trasmette dubbi e fragilità. Il Paese ha bisogno del contrario. Di leadership autorevole e salda. Immaginare una supposta cospirazione fra politici (Renzi in primis, la sinistra in genere), magistratura e giornali nel pieno delle vacanze lascia filtrare una sorprendente debolezza. Se la sorella della Meloni, che ricopre un incarico di rilievo in Fratelli d’Italia, ha nulla da temere per quanto svolto nelle sue funzioni, che motivo c’è di lanciare allarmi? Qualora fossero rivolte accuse ad Arianna, lei innanzitutto e poi Giorgia avrebbero buon gioco a smontarle. Acquisendo punti all’occhio dell’opinione pubblica, anziché perderne. Una mossa di prevenzione difensiva serve a nulla, quando si ha la coscienza a posto e la certezza d’aver agito correttamente.

Diversa è la lettura politica. La mossa che grida al complotto aiuta, questo sì, a unificare la maggioranza talvolta divisa su temi importanti (l’ultimo, lo ius scholae); in aperto conflitto a proposito di nomine cruciali (è il caso del nuovo cda Rai); timorosa di perdere qualche pezzo (Vannacci e il suo radicalismo, qualora l’ex parà decidesse di mettersi in proprio mollando Salvini). Il messaggio agli alleati suona così: guardate che i nemici stanno fuori del centrodestra, non sembra il caso di crearcene dentro. Avviso da estendere alla cerchia degli ottimati che fiancheggiano il pianeta moderato-conservatore: ad esempio al duo Marina-Pier Silvio Berlusconi, di recente espressosi con dichiarazioni cordiali, e di favorevole sostanza politica, verso il centrosinistra.

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Massimo Lodi

Forse è a un tale richiamo di compattezza che mira la prevenzione cautelare del circolo più stretto di governo e del partito di maggioranza relativa. La sortita da post-underdog, cui han partecipato numerose voci di supporto, offre però tre spunti polemici agli avversari: 1) la diffidenza d’un organismo dello Stato, la presidenza del Consiglio, verso un altro, la magistratura, di cui si temono -senza dichiarate prove- alcune derive; 2) lo scetticismo nei confronti d’una quota di mass media, che agirebbe non per conto dei lettori e della libertà di stampa, ma per quello di forze politiche e non meglio specificati poteri forti, decisi a far cadere il governo; 3) gl’imbarazzi causati dai vincoli di familiarità nella gestione dell’esecutivo e di FdI, niente affatto illegittimi e peraltro d’opportunità discutibile quando si verificano situazioni come l’attuale. Il silenzio di Chigi nell’attesa di eventi -ammesso che eventi si potessero/si potranno palesare- sarebbe stata la miglior scelta. E la premier realista avrebbe dato una buona impressione di sé.

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