di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, alcuni “amici” che leggono i miei interventi mi hanno chiesto chiarimenti sulla figura del “vicepresidente” ed anche sulle vicende che hanno condotto Biden all’endorsement per Kamala Harris. È questo un argomento in genere poco conosciuto come la gran parte della macchina di governo degli USA. Andiamo con ordine.
Il ruolo di vicepresidente è considerato uno dei più ingrati e sopravvalutati della politica americana: poca influenza e poteri limitati, con qualche eccezione. Di fatto è vero che rappresenta la seconda carica del governo ma, a tutti gli effetti, ha solo il compito di sostituire il presidente in caso di morte o dimissioni. In situazioni non emergenziali le sue prerogative e competenze non sono definite da nessuna legge: semplicemente non esistono. In realtà i suoi poteri sono quelli designati dal “capo”, dal presidente e, nei molti secoli della storia americana, sono sempre stati pochissimi.
Quando alcuni giornalisti nel 1960 chiesero a Dwight Eisenhower quando uno dei pareri del suo vice Richard Nixon (futuro 37° presidente degli USA) fosse stato preso in considerazione per una sua decisione, il presidente tentò di cavarsela con una battuta maldestra: «Se mi date una settimana, cercherò di farmi venire in mente qualcosa». Pensate un po’! Un altro esempio è il seguente: Harry Truman, che nel gennaio del 1945 divenne il vicepresidente del Democratico Franklin Delano Roosevelt, fu tenuto all’oscuro praticamente di tutto ciò che succedeva ai livelli più alti del governo. Quando Roosevelt morì, si ritrovò di colpo al comando e, sentendosi impreparato a gestire la situazione, ebbe a dire: «Mi sentivo come se la luna, le stelle e tutti i pianeti mi fossero caduti in testa». Scoprì solo allora che gli Stati Uniti stavano preparando la prima bomba atomica con il progetto Manhattan guidato da Robert Oppenheimer. Molto cattiva è la definizione che lo stesso Thomas Riley Marshall, vicepresidente di Woodrow Wilson dal 1913 al 1921, diede della figura di vice: «È una persona in perenne catalessi, perché è perfettamente consapevole che intorno a lui tutto si muove, ma anche che quello che si muove non lo riguarda».

Quando entrò in carica nel 2008 anche Barack Obama attribuì alcune deleghe al suo vice. Joe Biden fu incaricato di gestire i rapporti con il Congresso, per i quali poteva sfruttare la sua lunga esperienza parlamentare, e gli fu affidata la supervisione di dossier molto delicati. Tra questi c’era quello sulla guerra in Iraq iniziata nel 2003 quando gli Stati Uniti, governati dal repubblicano George W. Bush, invasero il paese con l’obiettivo di rimuovere il presidente Saddam Hussein ed i suoi sodali accusati di essere in possesso di armi chimiche, biologiche, quelle dette “di distruzione di massa” che però non vennero mai trovate. Un terribile errore. Alcuni ricorderanno quando Colin Powell, allora Segretario di Stato USA, si presentò davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con una fialetta in mano piena di un liquido giallastro e disse che gli Stati Uniti avevano le prove che l’Iraq fosse in possesso di armi di distruzione di massa. Ricordo però che, privatamente e all’interno dell’amministrazione Bush, Powell era molto scettico sull’opportunità di invadere l’Iraq. Infatti anni dopo lo stesso Powell disse di rimpiangere aver pronunciato quel discorso.
Erano tempi difficili e l’America “pretendeva” una risposta al disastro dell’11 settembre. Pensate un po’ a come gli eventi storici si dipanano in modo straordinario. Fu proprio il vicepresidente Dick Cheney insieme al segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ad insistere affinché gli USA assumessero un atteggiamento più bellicoso e interventista a livello internazionale. Cheney era arrivato alla vicepresidenza al termine di una lunga carriera e non aveva ambizioni personali relative alla presidenza. Ebbene, fu certamente una figura dominante ed energica sia in politica estera che in quella interna del governo Bush e ne determinò le sorti.
Altri politici hanno invece vissuto la vicepresidenza come un possibile passaggio intermedio per poi candidarsi alla presidenza. Su 49 vicepresidenti, in quindici sono diventati presidenti. Otto lo hanno fatto per la morte del predecessore, Gerald Ford subentrando al dimissionario Richard Nixon, e solo sei attraverso elezioni. Prima di Joe Biden l’ultimo era stato George H. W. Bush, già vice di Ronald Reagan, nel 1989.
Per la scelta di questa figura di governo alcuni fattori non sono considerati prioritari. Per esempio, scegliere con un criterio geografico, magari un candidato di uno stato in bilico, risulta spesso poco influente, così come dare priorità alla compatibilità di caratteri o di visione politica. In generale, il vicepresidente deve risultare credibile come “comandante in capo” in caso di estrema necessità ma soprattutto non deve avere scheletri nell’armadio che possano diventare un problema per il candidato presidente. La scelta può dare spazio mediatico per alcuni giorni, può dare una spinta nei sondaggi e nelle raccolte fondi, ma in termini assoluti non è considerata decisiva per un’elezione. Con la sola esclusione di Lyndon Johnson che nel 1960 permise a John Fitzgerald Kennedy di vincere in Texas. Nella politica americana moderna non esistono candidati alla vicepresidenza che siano stati effettivamente risolutivi per la vittoria di un candidato alla presidenza.
Molti osservatori e commentatori politici sono convinti che sia la gran parte della presidenza Biden, sia la decisione dell’abbandono della corsa presidenziale, sia l’endorsement a Kamala Harris siano stati enormemente influenzati (decisi) da l’ex presidente Obama e da tutto il suo entourage. Obama è l’unico presidente che è rimasto a Washington dopo la fine del mandato e certo non per pescare nel fiume Potomac. Osservo che il discorso conclusivo alla convention democratica è stato elaborato personalmente dalla Harris insieme a Adam Frankel, l’ex speechwriter di Barak Obama, ed ora suo consigliere.
Cari amici vicini e lontani, la vice Kamala Harris, nata da padre giamaicano e madre indiana, intellettuali con ruoli di prestigio in California, potrebbe diventare la prima donna a vincere la corsa per la Casa Bianca. Come ho tentato di descrivere, i vice sono considerati da sempre figure poco appariscenti, un po’ defilate, spesso trasparenti. Kamala Harris sarà in grado di infrangere questa visione?
