Egemonia culturale: le critiche, la beffa

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Maria Rosaria Boccia e Gennaro Sangiuliano

di Massimo Lodi

Stupisce che la decisionista Meloni abbia evitato di far dimettere Sangiuliano. Sì, d’accordo, l’amministrazione pubblica avrà speso zero euro per viaggi e soggiorni della non consigliera/non collaboratrice Boccia, ma il ministro ha perduto l’intera sua credibilità. Di conseguenza il governo, quand’egli lo rappresenta: sia nella routine quotidiana, sia nelle occasioni particolari. Figuriamoci in quelle internazionali, come il G7 della Cultura ormai alle porte.

Il danno graffia direttamente la premier. Aver preferito la pubblica autoflagellazione del malcapitato, in una sorta d’inedito special del Tg1 (una gogna maoista, l’ha definito la Stampa), alla testimonianza con botta e risposta davanti al Parlamento appare scelta sorprendente. E certo non definitiva. Nessuno è in grado di garantire che il caso sia chiuso, potrebbero seguire strascichi mediatico-giudiziari. Con ulteriore imbarazzo di Chigi.

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Massimo Lodi

Sarebbe stato meglio archiviare la vicenda seguendo la via maestra. Sangiuliano lasciava, un po’ di mischia partitica avrebbe preceduto la sostituzione, ma la cosa finiva lì. O forse no, forse questo è stato il timore della Meloni. Dal cambio avrebbero potuto sortirne altri, dando luogo a un vero e proprio rimpasto, tenuto conto che Fitto è in partenza verso Bruxelles e andrà surrogato; sulla Santanchè grava sempre l’incubo di rimozione causa la vicenda processuale che la riguarda; altri ministri fruiscono di sofferta stima, traballando sulla fune dell’adieu; Forza Italia e Lega premono allo scopo d’avere maggior peso nella squadra allestita due anni fa. E siccome si sa come i rimpasti s’iniziano, ma non come finiscono, meglio aspettare.

Il prezzo è tuttavia alto. Comporta la messa in mora d’un principio appena enunciato dalla presidente del Consiglio: stiamo scrivendo la storia, gli errori sono vietati. Qui gli errori si sono commessi, porvi riparo in fretta e bene andava/va oltre qualunque altra disamina d’opportunità. Di più: poteva essere la paradossale occasione d’acquisire maggior forza, gestendo con autorevole rigore la scomoda circostanza. E l’unico modo, inoltre, di parare l’ovvia critica rivolta ai vincitori delle elezioni ’22: non aver saputo rimpiazzare la deprecata egemonia culturale della sinistra con progetto, mezzi, personalità d’alto profilo capaci di segnare un opposto imprinting. Era annunciata, al Collegio romano che ospita il MiC, una rivoluzione tra le rivoluzioni e invece appare un regresso inesorabile, se non arginato finché si è in tempo. Quello perduto dalla Meloni ogni giorno che passa.

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