di Massimo Lodi
Non la rivoluzione d’ottobre. Bastò un tranquillo replay. Il giorno 18 di tre anni fa Galimberti sconfisse Bianchi al ballottaggio: 53,2 contro 46,8. Riconfermato sindaco dopo l’exploit del 2016, allora sì epocale ribaltone dopo oltre un ventennio di dominio del centrodestra e di borgomastri leghisti. Varese premiò chi ne aveva cominciato la metamorfosi col piano stazioni. Sono seguite opere varie: ex caserma Garibaldi, largo Flaiano, zona post Aermacchi le più vistose. Ricco incasso di milioni pubblici, tanti investimenti strategici, manutenzioni importanti (rete elettrica, scuole, palasport, eccetera). Stretto un buon legame con Milano-Regione e Milano-Comune, migliorata l’intesa con Como, ricerca d’armonia nel difficile rapporto col Sud della provincia, sforzo di sviluppo turistico e consolidamento della vocazione sportiva. A difettare il decoro urbano, la sorveglianza/prevenzione, l’idea di privilegiare il bello per ottenere il buono. Si può fare di più. Ma si poteva fare di peggio.
L’ultima parte di legislatura determinerà l’eventuale tris dei progressisti, qui un campo che più largo non ci s’immagina. Non ricandidabile Galimberti, essendo finita nel dimenticatoio la legge di revisione sul terzo mandato amministrativo, si comincia a pensare al successore? Ora no, ma l’opzione più semplice a sinistra è pescare nella cerchia assessorile. Non mancano i titolati a subentrare all’uscente: Molinari, Perusin, Civati. Elenco dilatabile. Poi c’è chi, come Marantelli, vanta uno storico carnet d’esperienza e non lo negherebbe al partito e all’alleanza. Alleanza, ecco. Toccherà al nuovo rassemblement la parola decisiva, determinata dal programma prima che dalle persone.

Neppure a destra –una destra debole/debolissima nel praticare l’opposizione– s’inizia davvero a meditarci su, pur se lo si dovrebbe fare. Iniziative estemporanee (Bianchi, Marsico, Puricelli, altri), zero strategia di coalizione. Non si sta costruendo l’alternativa al primo cittadino in carica. La scelta arriverà in extremis, un must della casa. Nessuno “studia” da sindaco, né dentro il Consiglio comunale né fuori. Sbagliato: le traversate minoritarie, specialmente quelle lunghe dieci anni, vanno compiute affidandosi alla possibile, futura guida maggioritaria.
Quale il domani dell’odierno inquilino di Palazzo Estense? Forse in Regione, forse in Parlamento, forse in enti-chiave della governance pubblica. Gli amministratori capaci diventano spesso una risorsa che la politica, elettori permettendo, non si lascia sfuggire. È questo il caso. Con beneficio della varesinità, favorevole al collocarsi d’un suo rappresentante in ruoli influenti extra moenia bosine.
Comunque vada, i vincitori del 2026 saranno obbligati alla continuità. La città-cantiere ha una prospettiva lunga: chiunque sia, il depositario del lascito Galimberti obbedirà al vincolo d’insistere sulla linea tracciata, migliorarla immaginando un futuro realistico, non arretrare sulla retrovia nostalgica/infeconda. A Varese, uscita nel 2016 dalle secche d’una lunga impasse, tocca correre-correre-correre. Modificando, certo, alcune posture sbagliate; alzando il ritmo dell’andatura; raggiungendo competitori lombardi che van più forte di lei. Ma guai al contrario: le marce (indietro) lasciamole al passato. Viva il running.
