Sala d’attesa nel Partito Democratico

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Beppe Sala, sindaco dem di Milano

di Massimo Lodi

Il dilemma a sinistra è cosa fare/con chi, in epoca di continuismo meloniano e ritorno trumpista. Ma al momento il dilemma resta sotto traccia. Perse le elezioni in Liguria, non si può che fingersi indifferenti, nella speranza di verdetto diverso alle prossime regionali d’Umbria e Emilia Romagna. Ma se il trend di kappaò non s’invertisse, un problema di leadership emergerebbe. Da tempo la segreteria Schlein infila rovesci a livello amministrativo (con l’eccezione della Sardegna, dove però vinse l’M5S Todde), pur se il risultato delle europee di giugno apparve confortante. Da tempo l’opposizione a Chigi non brilla per efficacia, annaspando nel trovare argomenti funzionali alla conquista dei ceti popolari. Da tempo l’annunciata egemonia del Pd tra i partner di centrosinistra rimane teorica/non fattuale. Conte s’è defilato in un’ambiguità inaffidabile, i centristi guerreggiandosi tra di loro han prodotto l’autoemarginazione, il campo largo è diventato una barzelletta politica, l’universo Dem ha scelto l’immobilismo. Di tutto questo i responsabili sono tanti, ma uno soprattutto: colei che guida il partito maggiore.

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Massimo Lodi

Dunque ci sarà poco da giustificarsi nel caso in cui la ruota girasse ancora così. Bisognerà piuttosto chiedersi se non vale cambiare in prospettiva 2027, anno di rinnovo della legislatura. Fino ad allora, con minoranze schiacciate nell’irrilevanza, il centrodestra non teme insidie capaci d’interromperne il mandato assegnatogli, ricorrendo in anticipo alle urne. Al centrosinistra invece conviene valutare una correzione di strategia/dirigenza, in un frangente storico che non premia la radicalità su certi temi, sollecitando senso pratico su altri. La lezione americana è lì da imparare: più che un derby tra conservatori e progressisti è stato un match fra pragmatismo e astrattezza.

Ecco perché nel Pd, naturalmente a fari spenti, riprende quota l’idea d’una emergenziale staffetta al vertice, sembrando la nuova gestione già vecchia, inguaiata nell’impasse identitaria da cui fatica a uscire. L’allerta viene dall’area riformista del partito, il nome a cui si pensa è quello del sindaco di Milano, la sorpresa consiste nella vociferata disponibilità di Beppe Sala ad accettare il gravoso compito. Gravoso a causa del rimbalzo d’astiosità interne che la rivoluzione (come chiamarla altrimenti?) comporterebbe; e della complicata ricostituzione d’un assetto di vertice trasversale alle diverse anime piddine; e delle difficoltà a federare un fronte antimeloniano che va da Avs e post-grillini al centrismo di Calenda e Renzi. Sala è personalità del fare e del mediare, il prodigio potrebbe rivelarsi alla sua portata. E comunque, piuttosto che tirarla in lungo fra incertezze/sfiducia, meglio andare alle corte rovesciando il tavolo: da perdere sembra esserci nulla, da guadagnare magari qualcosa. Da Sala d’attesa a Sala macchine, non un improponibile azzardo nella contemporaneità in cui bisogna cambiare marcia.

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