di Gian Franco Bottini
Che gli Stati Uniti d’America siano ancora la più grande democrazia del mondo ci pare sempre più cosa da verificare. Non certo per la vittoria di Donald Trump, frutto di una chiara e indiscutibile scelta popolare, e nemmeno per il suo stile sguaiato e a volte clawnesco, che pare sia tanto piaciuto a molti americani, quanto per la totale dimenticanza che la maggioranza degli stessi pare aver dimostrato, di quel famigerato “assalto al Campidoglio”, nel 2021, che suonò come il peggior spregio alla democrazia del Paese. Fu una specie di tentativo di colpo di Stato, stile “repubblica delle banane”, che se fosse avvenuto in una delle squinternate democrazie europee avrebbe lasciato ben altro indelebile segno.
Ma tant’è; l’unica cosa che a questo punto si può dire è che la nostra stampa, e conseguentemente noi modesti fruitori, della attuale complessità del popolo americano non abbiamo ancora capito un granché, se non nulla, mentre una cosa la dovremmo però aver chiaramente compresa. Mentre l’America è cambiata questa nostra Europa è rimasta al palo. L’America che verrà sarà, per l’occidente democratico, un po’ meno “gran madre” e un po’ più “matrigna” e noi europei dovremo sentirci più “cresciuti” e, per non subire, cercare di essere finalmente figli di un’unica “famiglia”. Se non ce la faremo, e rapidamente, l’America di Trump “sfoglierà la margherita” e, cercando di far di noi figli e figliastri, avrà un gioco assai facile. Non ce l’abbiamo con Trump, ma le caratteristiche dei suoi sodali più importanti (Musk in primis) lasciano intendere che il suo governo sarà molto “business oriented” e che in tal caso il “dividi et impera” sarà una prassi, per nulla scandalosa, che l’occidente europeo dovrà cercare di non subire. Nel breve molti di noi si illuderanno di essere figli prediletti e di poter così giocare in proprio. Se ciò avverrà il concetto di una Europa monolitica e quindi più competitiva rischierà di divenire una chimera (non dimenticando che in ogni caso la moneta unica ci rende fra noi interdipendenti).
La nostra premier Meloni pare aver compreso la situazione ancor prima che i risultati elettorali americani la confermassero e, in tempi non sospetti, si è data brillantemente da fare nell’instaurare rapporti “privilegiati” con gli esponenti apicali della nuova amministrazione. Se son rose fioriranno e la cosa potrebbe essere a tutto vantaggio del nostro Paese; ma se ciò fosse, ci auguriamo che Lei abbia l’accortezza, e l’ambizione, di giocare anche in chiave di leadership europea, per tener unito un contesto che in questo momento appare particolarmente fragile, con Francia e Germania in notevole difficoltà di leadership interna.
Abbiamo visto durante la campagna elettorale di Trump la costante presenza di Musk che se all’inizio poteva apparire come quella di un semplice (si fa per dire) sponsor del tycoon, oggi invece si qualifica come quella di collaboratore primario del nuovo Presidente, che lo ha voluto al suo fianco nella sua prima e non facile telefonata al Premier ucraino Zelensky. Se fossimo Trump, l’avere vicino un uomo di tale profilo, abituato al ruolo di protagonista, non ci lascerebbe comunque molto tranquilli. Confessiamo che vedere nella stanza dei bottoni (probabilmente la più importante del mondo), un uomo di tale potenza economica, padrone di un manto di satelliti che avvolge l’universo, oltre che di reti, social, fabbriche d’auto, intelligenza artificiale, viaggi interspaziali e così via, fa un certa impressione, oltre che una certa preoccupazione, riportando alla mente situazioni che ci sembravano aver sede solo in film della fantascienza. Se poi Musk, nell’ambito dei suoi interessi planetari, trova tempo di impicciarsi anche dei nostri modesti fatti albanesi, allora la preoccupazione, o perlomeno la perplessità, comincia ad avere una certa consistenza!
A quanto pare l’Ucraina sarà uno dei primi banchi di prova dal quale si comprenderanno quelle che saranno le linee di condotta della nuova amministrazione americana. Trump, dopo le promesse elettorali, con l’Ucraina si gioca la faccia e cercherà con ogni mezzo di chiudere la partita bellica, mettendo probabilmente sul campo (vista la sua presenza) anche le risorse economiche di Musk per la ricostruzione e i suoi satelliti per la sicurezza del Paese, ma mettendo in secondo piano principi e valori, lasciando l’inadeguata e (impreparata) Europa, per la quale non ha mai dimostrato molta stima, con il “cerino della democrazia in mano” e con il preoccupante ruolo di “Paese di frontiera”. Anche il recente declassamento di un paio di suoi importanti fedelissimi, da lui considerati troppo filo-ucraini, depone per una ipotesi in questa direzione.
Per la vicenda israeliana invece, probabilmente, Trump tirerà lungo, sperando che nel frattempo Israele “finisca il lavoro”, mentre lui cercherà di rinsaldare i rapporti con quei Paesi arabi più inclini a parlare di affari.
L’America è cambiata, e noi dobbiamo rapidamente farcene una ragione.
