12 dicembre 1969, Piazza Fontana e il Comitato antifascista

busto comitato antifascista
12 dicembre 1969, la strage di Piazza Fontana a Milano

Il 12 dicembre 1969 poco prima delle 16.40 un’esplosione avvenuta nella sede della Banca
Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano provoca diciassette morti e ottantasette feriti. Nell’ora successiva seguono ben altri quattro attentati, uno fallito in Piazza della Scale sempre a Milano e tre a Roma, dove si contano 16 feriti. Le indagini per individuare i responsabili della strage durarono anni e solo di recente si è giunti alla verità giudiziaria: l’attentato risultò così opera di un gruppo eversivo legato ad Ordine Nuovo, un’organizzazione terroristica di estrema destra, in collaborazione con settori “deviati dei servizi segreti”, con complicità internazionali. Gli anni che seguirono la strage di Piazza fontana furono poi costellati di altre stragi, forse anche più pesanti in termini di vite: nel 1974 in Piazza delle Loggia a Brescia e pochi mesi dopo la strage del treno Italicus, nel 1980 alla stazione di Bologna, dove si contarono ben ottantacinque morti. Anche queste stragi successive videro lunghi anni di indagini prima di arrivare all’individuazione dei colpevoli.

In Italia con Piazza Fontana era iniziata la “Strategia delle tensione”, ovvero un lungo periodo della storia repubblicana attraversata da atti terroristici tanto eclatanti, ed oggi possiamo dire con certezza sapientemente orchestrati, da incutere nell’opinione pubblica l’idea che nel sistema democratico ci fosse qualcosa che non funzionasse e che fosse meglio attuare una svolta antidemocratica ed autoritaria, capace di riportare ordine e sicurezza. Evidentemente un’idea assolutamente in linea con episodi eversivi ed antidemocratici, tentati invece, fortunatamente senza esito quali il Piano Solo, il Golpe Borghese, la Loggia P2. Da dove poi nascesse la ragione di destabilizzare la società per poi riportarla all’ordine attraverso la sospensione della democrazia fu per molti evidente da subito ed è oggi evidente al di là di ogni dubbio: si doveva assolutamente bloccare quel processo di trasformazione della società che le lotte e le contestazioni di studenti ed oprerai uniti tra loro portavano avanti. Nel disegno politico dell’epoca stragi e terrorismo avrebbero reso accettabile e necessaria la repressione. Ad anni di distanza la memoria per quanto accaduto quella sera del dicembre 1969 in piazza Fontana non deve assolutamente affievolirsi, deve essere invece mantenuta ben vigile e salda, poiché non si tratta purtroppo di un episodio lontano nel tempo e senza rapporto alcuno con l’attualità.

Sono passati sì più di cinquant’anni, ma il clima politico in cui viviamo attualmente è molto simile a quello attraversato periodo. Non abbiamo a che fare con le stragi che segnarono gli Anni di Piombo, ma ai conflitti ed alle tensioni sociali che a tutti stan dinnanzi, determinati dalle politiche neoliberiste attuate negli ultimi decenni, alla cancellazione progressiva dello stato sociale, dalla scomparsa delle tutele pubbliche fatte in nome della necessità di “non sprecare risorse”, l’unica risposta che arriva, in particolare dall’attuale governo, è quella sicuritaria!

Pochi giorni dopo il suo insediamento il Governo Meloni ha emesso un decreto, convertito poi in legge contro i rave party, come se i rave fossero il problema più urgente, proseguito poi una campagna ideologica contro l’immigrazione e gli immigrati, individuando strumentalmente in essi l’origine di tutti i mali della società. Ora compie il passo in avanti più significativo: anteponendo a tutto la “questione della sicurezza” si appresta a far passare un decreto, il DDL 1660, che proprio in virtù della tutela della pubblica sicurezza pone seriamente in forse le libertà democratiche. Il clima che questo governo alimenta è decisamente “terroristico”. Anche le più recenti decisioni tese ad ostacolare il diritto di sciopero rientrano nel medesimo “disegno”. Non si riflette sulle ragioni del conflitto sociale, ma lo si cerca di soffocare attraverso una politica securitaria e repressiva, in barba a tutto quanto prevederebbe la politica in una società democratica! Un’esperienza di questo genere fu già tentata a Genova nel 2001, durante i giorni del G8: la contestazione fu repressa attraverso operazioni di pura rappresaglia, vere e proprie azioni punitive attuate al puro scopo di terrorizzare C2 General (ricordiamo quanto avvenne alla scuola Diaz).

Come Piazza Fontana e le stragi successive fecero, alimentando le paure, così il nostro governo stimola indirizza le paure laddove fa comodo e persegue la strada della repressione. Inoltre, se ormai è assodata la responsabilità, seppur non unica, di organizzazioni di estrema destra quali responsabili di quegli attentai, i rappresentati del governo e le cariche parlamentari appartenenti a F.lli d’Italia, hanno più volte dimostrato di non voler prendere le distanze sia da quella destra stragista che da ogni altra formazione politica di ispirazione fascista, illiberale ed antidemocratica. Tonare alla memoria a Piazza Fontana e guardare al presente, è un compito doloroso e necessari0.

Doloroso perché fu quello l’inizio di un periodo che evidenziò un vero e proprio vulnus nel tessuto democratico del nostro paese, che da quel clima sperava di essersi liberato attraverso la lotta di liberazione, ma assolutamente necessario perché ad essere messi in forse, proprio come allora, sono i principi democratici nati dalla lotta contro il fascismo e sanciti dalla Costituzione. Necessario intanto perché, nonostante che gli anni che seguirono Piazza Fontana furono segnati da altre stragi, altri morti e forti spinte verso una svolta autoritaria, la democrazia tenne, dimostrando che la società seppe non cadere vittima del clima di paura scatenato da un potere incapace di accettare il conflitto ed il cambiamento. Necessario oggi perché al governo abbiamo gli eredi diretti, anche se un po’ camuffati, di quella ideologia anti-egualitaria antidemocratica, autoritaria, razziata e classista quale fu il fascismo, evidentemente incapaci di prendere le distanze da quei gruppi di estrema destra che a quella ideologia si richiamano espressamente. Necessario perché azioni del governo e della maggioranza in generale spingono, attraverso una narrazione assolutamente irreale ed opportunistica, verso la riduzione, se non la cancellazione dei diritti e degli spazi democratici, che in un clima di forte sfiducia e disinteresse diffuso nel paese, potrebbe rendere assai facile realizzare ciò che un tempo fu tentato: ridurre ai minimi termini, se non sospendere di fatto la DEMOCRAZIA.

Comitato antifascista Busto Arsizio

comitato antifascista busto – MALPENSA24
Visited 154 times, 1 visit(s) today