Il valore di un centesimo

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Anche un cent può fare notizia. Eccome

di Federico Bianchessi

Questa non-opinione vale un centesimo. Molto meno dei tre soldi del biglietto per assistere alla più celebre opera di Brecht da cui prese il titolo. Ma un cent bastò a zio Paperone per costruire la sua fortuna. Tanto da conservarlo in cornice. Perché anche un centesimo può fare notizia. Forse. Partiamo dai fatti, come si deve. Aeroporto di Malpensa. In partenza, entro nel negozio dove si vendono giornali, souvenir e tabacchi per un piccolo rituale personale, ormai quasi scaramantico. Acquisto un pacchetto di toscanelli da fumare con calma in qualche sera di relax durante il viaggio. Insieme prendo un accendino di taglia minima, accettato anche al controllo del bagaglio a mano. Costo complessivo 8 euro e cinquanta. Pago con una banconota da dieci e la cassiera mi rovescia in mano una valanga di monete. Fanno un euro e 49 centesimi.

La matematica non è mai stato il mio forte, però resto un attimo perplesso mentre cerco di infilare il resto nella tasca portamonete del portafoglio. A naso mi domando se non potevano bastare due soldi: una moneta da un euro e una da cinquanta. Alla peggio, due da venti e una da dieci. Poi per curiosità controllo lo scontrino. E lì è scritto chiaramente. ‘Resto 0,01 euro’. Zero virgola zero uno. Ho pagato infatti 8 euro e cinquantuno centesimi. Il centesimo in più è il costo del gesto della cassiera di darmi il resto. Ohibò. Sarà capitato anche a voi, ma per me era la prima volta di trovarmi a pagare per avere il resto.

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Federico Bianchessi

Ho quindi riflettuto sul caso singolare. Non è stata certo una iniziativa della cassiera, così pigra o così esosa da pretendere una somma, sia pure lillipuziana, per rendermi il dovuto. Lo scontrino è battuto in automatico. Quindi, si tratta di una precisa scelta commerciale. Un centesimo? Mi illumino. E’ chiaro. Se avessi pagato con una carta di credito o un bancomat non ci sarebbe stato il prelievo forzoso. Colpiscono con un centesimo per educare a mille. E’ la situazione paradossalmente opposta a quella di certi tassisti, anche di quelli in servizio allo stesso aeroporto, che se non paghi in contanti non accettano gli strumenti alternativi. E di certi esercizi commerciali, incluse alcune tabaccherie, dove l’introduzione delle macchinette è stata accompagnata da lamentosi avvisi ai clienti sull’incidenza delle commissioni da parte degli emittenti, Visa, Mastercard eccetera. Destinate ahinoi, ahiloro, a ricadere sul prezzo.

Per non parlare di quanti ancora negano la possibilità di saldare il conto di un caffè o di un giornale appoggiando la tesserina di plastica sul dispositivo Pos (Point of Sale, punto di vendita). O ancora più agilmente con il cellulare. E ti costringono a trovare uno sportello bancomat dove attingere il contante. “Adoro prelevare al bancomat”, è una celebre dichiarazione politica del leader leghista Matteo Salvini. Deve averlo sotto casa, evidentemente. Io devo prendere la macchina per trovarne uno della mia banca e non pagare commissioni, ma anche il più vicino è a non meno di venti minuti a piedi.

Non ero diretto in un Paese scandinavo, ma in Islanda i soldi in contanti li trovi soltanto come souvenir numismatici. Idem in tutti i Paesi Scandinavi. Nessuno usa le monete, metalliche o cartacee. Anche la carta dello scontrino si può evitare, se non lo chiedi espressamente. Il centesimo che ho dunque pagato al tabaccaio di Malpensa svolge un ruolo soltanto educativo. Disabituarmi a questo arcaico metodo di pagamento. Non tanto con il costo del resto, quanto con il fastidio di trovarmi tra le mani la cascata di una vincita a una slot machine. Se mi piace così tanto usare il bancomat, devo sapere che d’ora in poi è un piacere a pagamento. Non soltanto per la benzina necessaria a raggiungerlo, non soltanto per il costo della procedura, ma perché pagherò un sovrapprezzo anche sul mio pacchetto di toscanelli e l’accendino, o il giornale.

Che opinione farmi in proposito? Sono d’accordo, educhiamoci allo stile di vita dei cittadini di Paesi evoluti. Viviamo nell’era dell’elettronica, delle app. Perché crogiolarci nell’arcaicità? Non sono d’accordo, però: se mi devi un euro e cinquanta, diamine, ridammi un euro e cinquanta, non un euro e quarantanove! Non so decidermi sulla questione. So però con certezza almeno una cosa. Ispirandomi proprio a zio Paperone, non butterò più via un preziosissimo cent. Perché se non so risparmiare sul pochissimo, finirò a scialacquare anche i trilioni. Quindi, al prossimo viaggio, al prossimo pacchetto di toscanelli all’aroma di caffè o di anice mi comporterò da passeggero islandese, da turista norvegese. Userò quel comodo pezzetto di plastica che sta anch’esso nel portafoglio e saprò di avere fatto un passo avanti nell’evoluzione della specie. O no?

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