L’Iran e i giornalisti, l’esperienza personale

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Teheran, la Torre di Azadi

di Federico Bianchessi

Non intendo qui esprimere un’opinione, e per la verità nemmeno una non-opinione – del resto senz’altro superflua, il fatto parla da sé – sul caso della giornalista Cecilia Sala imprigionata a Teheran con l’accusa di violazione delle leggi islamiche. Mi limito a riportare l’esperienza personale, da giornalista, di un viaggio in Iran. Perché quell’arresto, nella sua spettacolarità e per la rilevanza assunta nelle cronache e nella politica – interna ma anche internazionale – corrisponde pari pari alla dinamica del mio viaggio. Nelle premesse del quale si trovano le spiegazioni anche del caso attuale.

Era l’ottobre del 2014, quando alla presidenza dell’Iran era stato eletto Hassan Rouhani, riformista fautore di una certa apertura rispetto al rigido conservatorismo del predecessore Mahmud Ahmadinejad. A quest’ultimo dovevo già, qualche anno prima, il rifiuto della concessione del visto per un viaggio turistico di gruppo. Motivo: la mia professione. Non ero affatto interessato a scrivere articoli sull’Iran, non intendevo proporre inchieste al giornale sul quale scrivevo allora, la Prealpina: intendevo soltanto vedere le meraviglie dell’antica Persia. Certo, come qualsiasi altro turista, avrei osservato con interesse anche la vita degli iraniani attuali, ma non era lo scopo principale del viaggio.

Vista l’esperienza negativa, per sicurezza, prima di iscrivermi la seconda volta a un tour in quel Paese, ero andato al consolato iraniano di Milano e avevo posto schiettamente la domanda: sono giornalista, posso fare un viaggio turistico in Iran? Posso avere il visto? Certamente, nessun problema, fu la risposta. Autorevole e convincente. Mi iscrissi al viaggio. Il giorno prima della partenza, l’agenzia mi informò che il visto era stato respinto. Perché mai? Per la solita questione, e in più per non avere detto di essere già stato in Iran in precedenza. Ohibò. Ma quando mai? E le assicurazioni dell’addetto del consolato? Per l’agenzia, il viaggio era ormai impossibile. Ma non volli arrendermi. Il mattino dopo, quando sarei dovuto partire da Malpensa, ero il primo della coda davanti alla porta della sede diplomatica milanese. L’accoglienza fu cordiale, e l’addetto rimase stupito quasi quanto me. Controllò il passaporto, attesi un po’ le sue verifiche e infine tornò con la buona notizia: “Il visto glielo rilasciamo noi, adesso. Deve però pagare l’urgenza”. Mi pare fossero qualcosa sui 90 euro. Poca cosa rispetto all’annullamento del viaggio – tra l’altro, per il tour operator, a causa della mia responsabilità, quindi con poche speranze di rimborso. “Occorre una sola cosa, però”, aggiunse il funzionario iraniano. Che cosa? Mi porse un foglio di carta bianca – senza intestazione – e una penna. “Una sua dichiarazione firmata. Si impegna a non scrivere niente su nessun giornale di quello che vedrà durante il suo viaggio”.

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Federico Bianchessi

Singolare condizione. Avrei potuto fargli notare che non occorre essere giornalisti per scrivere su un giornale. Anche per scrivere dell’Iran, come di qualsiasi altro argomento. A logica, quindi, ogni mio compagno di viaggio, che fosse un ingegnere, un impiegato delle poste o un edicolante, avrebbe potuto farsi pubblicare un reportage. Io no. Ma tant’è: avreste mandato a monte la visita di Persepoli per una quisquilia simile? Mica tanto quisquilia, direte. Se avessi rifiutato, però, il caso non sarebbe finito in televisione, e forse nemmeno sulla Prealpina. Quindi scrissi l’autografo e firmai.

Il passaporto mi fu reso con il visto. E una osservazione in cui faceva capolino una certa impronta di orgoglio (diremmo ‘bauscia’) ambrosiana: “Il visto non è comunque una garanzia di ingresso. Il funzionario della dogana può anche decidere di non ammetterla (nota: vale anche per gli Usa, e credo per qualsiasi Paese). Però questo è il visto del consolato milanese, e qualcosa conta”. Come no. Mi precipitai all’agenzia, sventolando il passaporto: “Adesso mi fate partire. O faccio causa”. Partii il pomeriggio stesso. Non so come, credo in virtù del visto milanese, entrai in Iran prima degli altri partiti con il volo precedente, costretti a una lunghissima procedura di controlli del loro visto – turistico e collettivo. Io invece passai rapidamente il controllo ordinario.

Mantenni l’impegno? Sì e no. Sì, non pubblicai nulla sul ‘mio’ viaggio. Ma coincidenza volle che più o meno nello stesso periodo il prevosto di San Vittore, a Varese, avesse guidato un viaggio di fedeli in Iran. Ne approfittai per fargli una intervista, apparsa nel settimanale della Prealpina ‘Lombardia Oggi’, nella quale le domande nascevano naturalmente dall’esperienza di quel viaggio. Mi avevano molto colpito alcuni comportamenti delle persone laggiù. Il grande interesse, la curiosità, di parlarti, di sapere cosa si diceva dell’Iran da noi, cosa ne pensavamo. Le famiglie ti invitavano ai loro picnic nei giardini (hanno questa abitudine, tovaglie e cestini tra gli alberi), più di una volta fui invitato da un marito a posare per una foto con lui, la moglie e i figli. Tutti senza eccezione non nascondevano il dispiacere di essere considerati esclusi dal mondo occidentale, del quale si sentivano parte. Guai a dire a un iraniano che è un arabo!

Durante l’attesa di un volo interno, sedevo accanto a un medico: mi spiegò i guai provocati dalle sanzioni, che non impedivano al governo di spendere fiumi di denaro per le centrali nucleari ma bloccavano i macchinari per gli ospedali e i medicinali arrivavano scaduti. A Teheran, le ragazze, bistratissime, indossavano i chador stretti in vita e sopra jeans sdruciti. In qualche vetrina erano esibiti capi femminili decisamente sexy. “Per le feste, a casa”, spiegò la guida. E infatti, a una festa di addio al matrimonio in un albergo le donne del gruppo vennero invitate alla parte femminile del party – separata da quella maschile. E riferirono di essere rimaste persino imbarazzate dalle danze scatenate e dall’abbigliamento alquanto osé delle giovani iraniane.

Lontano dalla capitale, però, il clima era diverso. Durante una sosta in una stazione di servizio a Qom, la città santa di Khomeini, una anziana ex poliziotta napoletana venne redarguita mentre si recava alla toilette: dal velo le sbucava una piccola ciocca di capelli grigi. Dovette nasconderla con cura. Le rivolte, non a caso, sono avvenute quasi soltanto nelle grandi città, a Teheran in particolare. Il resto dell’Iran rimane – rimaneva, allora, ma non credo sia cambiato – molto più khomeinista.

Cosa c’entra tutto ciò con l’arresto di Cecilia Sala? Da un certo punto di vista, nulla. Io non ero in Iran per lavoro, ma per piacere. Per interesse culturale, non giornalistico. Ma uguali, forse anzi oggi sono peggiori, le condizioni e le restrizioni con le quali un giornalista – professione invisa o quantomeno sospetta non soltanto in Iran ma in tanti Paesi autoritari del mondo, a metà tra la spia e il sobillatore – deve fare i conti quando si trova nel territorio di una terra dominata da una teocrazia che non accetta di venire messa minimamente in discussione e da leggi e regole a volte non scritte ma inesorabili. Il clamore mediatico – in occidente, non certo in Iran – di un arresto può aiutare? Una risposta esprimerebbe un’opinione. E questa rubrica si intitola ‘Non-opinione’. Buon Anno.

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