di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, è sotto gli occhi di tutti come la situazione del Mediterraneo “allargato” sia quantomeno difficile tra il cessate il fuoco in Libano (poco frequentato), la fragile tregua tra Israele e Hamas, la caduta di Bashar al-Assad in Siria e l’intensificarsi delle tensioni nell’ampia area dell’Arabia. Andiamo con ordine.
In Siria la situazione politica ha subito un drastico ed epocale mutamento. Dopo quasi quattordici anni di conflitto, il 27 novembre 2024 una coalizione di ribelli diretta da Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) ha lanciato un’offensiva militare su vasta scala che nell’arco di pochi giorni ha provocato il collasso del regime del presidente Bashar al-Assad, la cui famiglia era al potere in Siria dal 1970. Il regime di Assad si è praticamente dissolto ma gli equilibri dell’intera regione sono molto fragili e certamente da ridisegnare. Il crollo del regime siriano è stato causato da due fattori. Il primo è legato alla rapida “disgregazione” della forza militare siriana; il secondo è legato alle capacità militari degli uomini di Al Jolani che è riuscito negli anni a costruire un vero esercito con un comando centrale, unità speciali ed anche fabbriche d’armi locali. Entrambi i fattori hanno sorpreso gli osservatori internazionali.
Per il momento Al Jolani mantiene un atteggiamento prudente e moderato: dopo la caduta del regime, ha organizzato un formale e pacifico passaggio di consegne tra il premier baathista al-Jalali e il governo provvisorio presieduto da Muhammad Bashir, il suo braccio destro. Nei giorni successivi ha illustrato, seppur in modo vago, i punti principali del suo programma di governo: la redazione di una nuova costituzione, un dialogo con tutte le componenti della società siriana, l’accettazione di tutte le confessioni religiose e il diritto all’istruzione per le donne. Non ha però chiarito quale sarà la struttura del nuovo stato e soprattutto quale ruolo giocherà l’islam sia a livello giuridico in merito ai precetti della sharia sia a livello politico e culturale. C’è qualcuno che crede a tutte queste buone intenzioni?
É probabile che il nuovo governo di Damasco consideri la Turchia il suo principale alleato nella regione a ragione del suo appoggio assicurato da sempre. Ma all’orizzonte vi sono molti altri ostacoli legati all’ideologia repubblicana e islamista che caratterizza i nuovi leader siriani. La vicinanza ideologica ai Fratelli musulmani del governo di Al Jolani rappresenta un elemento di tensione per gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, che si sono impegnati da anni a combattere questa visione politica all’interno del loro territorio. Resta da capire come si muoveranno la Russia e l’Iran che, credo, non abbiano “gradito” molto il cambiamento repentino dell’assetto siriano.
Il 19 gennaio è entrata in vigore una fragile tregua tra Israele e Hamas a conclusione di un complesso negoziato mediato da Egitto, Qatar e Stati Uniti. Dopo l’uccisione di Yahya Sinwar, leader militare e politico di Hamas il 16 ottobre 2024, dopo la decapitazione di buona parte dei vertici dell’organizzazione terroristica, dopo il controllo di intere fasce del territorio dell’enclave palestinese (specie le aree del nord, il confine di Rafah e il corridoio Filadelfia che conduce all’Egitto), pur avendo indebolito in modo drammatico la catena di comando, Israele non è stata in grado di dichiarare il definitivo annientamento della minaccia terroristica di Hamas.
In questo scenario si colloca la tragica situazione della striscia di Gaza. Secondo le Nazioni Unite 46.000 persone sono morte e molte altre giacciono sotto le macerie. L’80% delle infrastrutture è danneggiato o distrutto. Tutti gli ospedali sono stati colpiti. A questo punto carestia, malnutrizione e altri malanni sono dappertutto. In questo scenario si inserisce la politica statunitense. Steve Witcoff, inviato speciale di Donald Trump per il Medioriente, ha avuto decisamente un ruolo centrale per convincere Netanyahu a firmare la tregua. Witcoff si è ovviamente preoccupato anche della situazione post tregua. Ha parlato con i rappresentanti di Hamas per sostenere le condizioni dell’accordo e la liberazione degli ostaggi che ancora sono nelle mani dell’organizzazione. L’esponente dell’amministrazione americana avrebbe sollecitato Netanyahu a cercare di risolvere i problemi politici soprattutto quelli provenienti dal ministro delle finanze Bezalel Smotrich, leader di Sionismo Religioso, il ministro degli Interni, Aryeh Deri, e il consigliere strategico Ron Dermer (fortemente critici circa la tregua), cercando di costruire un consenso tra i leader israeliani per favorire la prosecuzione del progetto di pace.
Purtroppo crescono anche le pressioni interne al governo israeliano, che potrebbero far riprendere le ostilità prima di passare alla fase successiva della road map. Anche Hamas mostra i muscoli esponendo gli ostaggi alla folla e organizzando il rilascio di alcuni di loro a pochi passi dalla casa di Yahya Sinwar. C’è sicuramente un lato propagandistico, evidentemente simbolico, volto a dimostrare che il movimento è ancora operativo, nonostante le perdite subite, volto a mostrare le proprie fila a scopo dimostrativo e forse anche a ricordare alla gente di Gaza che con Hamas bisogna ancora fare i conti sempre se, come auspicato anche dagli USA tramite Witkoff, la tregua dovesse reggere senza intoppi.
Di fronte a queste situazioni politiche, occorre tener conto di un altro attore molto importante in questo Mediterraneo allargato. Dopo dieci anni dall’inizio del regno, Salman bin Abdulaziz al-Saud vuole far entrare l’Arabia Saudita nella nuova epoca di moderne riforme e dei nuovi programmi. Per esempio Riyadh ha partecipato ai tavoli di lavoro dei Brics dai quali però non ha ancora formalmente accettato la membership. Il principe ereditario Mohammed bin Salman non ha partecipato all’ultimo vertice dei svoltosi a Kazan in Russia (ottobre 2022) ed ha scelto invece di essere presente a Bruxelles per il primo vertice Unione europea-Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc). Con questo ha rafforzato sia la sua posizione sia il peso politico del summit.
Di sicuro, nell’anno che si apre, il regno saudita dovrà più che mai districarsi fra le esigenze di politica regionale e quelle internazionali. I rapporti politici e personali tra il governo saudita e l’amministrazione Trump sono ottimi, in particolare sul piano economico e della difesa. Ma nel recente incontro con Netanyahu, Trump ha ipotizzato il trasferimento del popolo palestinese presso altri territori dei “fratelli” arabi. Credo che sarà molto difficile realizzare questo progetto che potrebbe mettere in difficoltà proprio Riyadh. Al di là delle dichiarazioni di sostegno alla causa palestinese, è ben noto che i palestinesi non li vuole nessuno.
Cari amici vicini e lontani, per l’Arabia Saudita che ha alzato i toni contro il governo israeliano su Gaza proprio dopo l’elezione di Trump, l’integrazione di Israele in Medio Oriente, con vantaggi geoeconomici e geostrategici per le stesse monarchie del Golfo, rimane un obiettivo fondamentale. Ma, come potete constatare, i problemi in questo Mediterraneo allargato sono enormi.
pellerin mediteranneo allargato – MALPENSA24
